Il professor Pirro del centro studi di Confindustria Puglia sfata miti e svela opportunità con esempi e numeri di un Mezzogiorno vitale e attraente
Si sono moltiplicate nelle ultime settimane dichiarazioni e proposte per lo sviluppo del Mezzogiorno ed anche il meeting delle scorse settimane a Napoli della Confindustria ha rappresentato un momento significativo di confronto, ricco peraltro di utili indicazioni come, ad esempio, quella di destinare rilevanti risorse comunitarie del periodo 2007-2013, non ancora impegnate, alle aziende del Sud.
 
Ora, pur ritenendo ovviamente positivo questo rinnovato interesse per la crescita delle regioni meridionali – cui stanno contribuendo con la loro dirompenza produttiva e sociale le drammatiche vicende tuttora in corso dell’Ilva a Taranto e dell’Alcoa nel Sulcis – si ha tuttavia la sensazione che quando si parla di rilancio del Meridione lo si faccia ancora, con la sola eccezione della Confindustria, quasi fosse una sorta di atto dovuto politically correct per dare una qualche speranza alle popolazioni locali e soprattutto ai giovani che studiano nel Sud, che vorrebbero lavorarvi o che, disoccupati, sono già andati via, sia pure con la speranza spesso remota di potervi un giorno ritornare.
 
Tali pur apprezzabili intendimenti di vari e autorevoli stakeholders, a nostro avviso, sembrano tuttavia ignorare, o almeno sottovalutare, che lo sviluppo del Mezzogiorno, al servizio della crescita dell’intero Paese, è già oggi – ripetiamo già oggi – una convenienza per le imprese che vi sono localizzate, o che volessero insediarsi nei suoi territori, con tutti i benefici effetti occupazionali che ne deriverebbero. Le risorse naturali, umane, tecnologiche, scientifiche, progettuali e finanziarie – sì, anche queste in buona misura – sono già disponibili per un forte rilancio che prenda avvio da subito, come una sorta di big push, capace di imprimere una vera e propria scossa salutare a vaste aree meridionali in grado di assumere funzioni trainanti dei sistemi economici circostanti.
 
Si pensi in particolare: 1) alle risorse petrolifere della Basilicata e alle prospezioni di ricerca autorizzate dai Ministeri competenti in diverse aree marine del Sud; 2) alla geotermia in Campania e ai possibili investimenti per la produzione di energia pulita; 3) ai massicci programmi annunciati nell’eolico off-shore nel Golfo di Manfredonia e in altri siti, bisognosi solo delle relative autorizzazioni; 4) alla costruzione dei grandi rigassificatori di Porto Empedocle e Gioia Tauro, in attesa (da anni) delle relative autorizzazioni; 5) agli investimenti dell’Eni e della Cementir a Taranto per 600 milioni di euro totalmente autofinanziati e anch’essi in attesa delle autorizzazioni; 6) ai gasdotti sottomarini che dovrebbero approdare sulle coste pugliesi e sarde (Tap e Galsi); 7) alle risorse comunitarie 2007-2013 delle Regioni dell’Obiettivo convergenza, destinate agli investimenti industriali, ma non ancora impegnate, o già assegnate alle aziende beneficiarie e in corso di impiego, con effetti positivi sulla domanda di vari comparti fornitori di beni strumentali.
 
Con riferimento specifico a quest’ultimo elemento, si consideri, ad esempio, che solo in Puglia sono stati approvati dalla Giunta regionale 30 contratti di programma per 892 milioni di investimenti ammissibili, con 245 milioni di incentivi concedibili; 18 di tali contratti hanno riguardato grandi gruppi italiani e 12, invece, top player industriali esteri, soprattutto tedeschi e statunitensi. Inoltre, delle 30 istanze approvate, 19 sono state presentate singolarmente da grandi imprese, mentre le restanti 11 hanno visto in associazione con le società maggiori 32 Pmi. E la Regione Puglia dispone di altre risorse che potrebbe impegnare su tale strumento di incentivazione se, come auspicabile, le pervenissero domande di altre grandi aziende.
 
Un rilevante numero di contratti di programma, inoltre, è in via di approvazione dalla Regione Campania e potrebbero anch’essi generare un rilevante impatto occupazionale e produttivo nei siti direttamente interessati dagli investimenti e nelle loro filiere collegate. Se si aggiungono poi agli strumenti di incentivazione per le imprese maggiori appena ricordati, le risorse già stanziate per alcuni grandi lavori pubblici nel Meridione e quelle previste dalle Regioni sui loro fondi comunitari 2007-2013 per interventi infrastrutturali, ci si accorge che lo stock complessivo di investimenti possibili – in parte cofinanziati dalle Regioni, in parte riferibili solo a risorse pubbliche, e in parte anche solo ai privati come gli investimenti previsti dall’Eni a Taranto e Porto Torres e dall’Ilva nel Siderurgico ionico – è di rilevanti dimensioni.
 
Il nodo vero da sciogliere, allora, è la tempistica delle decisioni autorizzative che, in molti casi, sono rallentate anche da opposizioni di movimenti ecologisti locali, capaci di esercitare sinora un vero e proprio diritto di veto su determinati interventi, già in possesso delle valutazioni di impatto ambientale rilasciate dalle competenti Autorità. Se tutti gli interventi prima richiamati fossero avviati entro l’anno, o al massimo entro il biennio 2013-2014, gli effetti produttivi e occupazionali sull’economia del Mezzogiorno e dell’intero Paese sarebbero notevoli.
 
Federico Pirro, Università di Bari – Centro Studi Confindustria Puglia
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