I meccanismi utilizzati dai grandi del Web per aggirare le tasse, le proteste degli editori, l'iniziativa dell´Italia e l´ultimatum del ministro della Cultura francese

Cresce l´insofferenza europea (e non solo) verso gli escamotages usati dalle grandi compagnie che operano nel mondo del Web. Nel mirino non è solo Google ma in generale le grandi multinazionali, tra le quali spicca anche Amazon. Sia ben chiaro, i meccanismi utilizzati da queste società, seppur facciano infuriare i Paesi europei, sono legali. È il New York Times a riassumere il problema: “Google ha dichiarato 4 miliardi di fatturato in Gran Bretagna, ma ha pagato meno di dieci milioni di dollari in tasse”. Il motivo della discordanza è dovuto al fatto che la sede fiscale del noto motore di ricerca risiede a Dublino, e le transazioni risultano effettuate in Irlanda, Paese nel quale l´aliquota è al 12,5 per cento. Tutto chiaro: i clienti europei che acquistano pubblicità da Google, firmano contratti con la controllata della società in Irlanda, e non con le sedi locali. La “colpa” del motore di ricerca? La possibilità di poter decidere dove pagare le tasse sui ricavi pubblicitari, scegliendo quegli Stati che offrono un livello di tassazione più basso, indipendentemente dalla nazione dove questi vengono realizzati. Google è stata presa come esempio anche da David Bradbury, assistente del ministro del Tesoro australiano per spiegare come funziona il meccanismo. Finanza online riporta la risposta di Google a Bradbury, che ricalca quella data in Europa a Francia, Germania e Gran Bretagna: “Il gruppo di Mountain View rispetta la legge e dà un notevole contributo all’economia del Paese in virtù della possibilità offerta alle aziende di farsi conoscere e dei servizi offerti gratuitamente a milioni di cittadini”.

L’iniziativa italiana

All´allarme che giunge ormai da tempo da Gran Bretagna, Germania, Francia, Australia, si unisce quello dell´Italia. Stefano Graziano, deputato del Partito democratico e membro della Commissione finanze della Camera ha chiesto al ministro Grilli di prendere l’iniziativa per evitare le scappatoie fiscali delle multinazionali del commercio on-line. Come riportato in un articolo a firma di Massimo Sideri del Corriere della Sera, per Graziano “consentire alla multinazionale di trasferire in Paesi a fiscalità privilegiata, come l’Irlanda i profitti in crescente aumento realizzati in Italia evitando le imposte italiane, che secondo alcune stime si aggirerebbero intorno a 80 milioni di euro nei soli anni 2002-2006, è intollerabile perché va contro la politica governativa di lotta all’evasione fiscale, ma anche ingiusto perché mortifica i sacrifici di cittadini e imprese che stanno fronteggiando una profonda crisi, scontano un’elevata imposizione fiscale e che così subiscono uno svantaggio sleale. A questo punto mi aspetto che il governo intervenga quanto prima sul caso”. Le lamentele dei singoli Stati sono giunte a Bruxelles, dove si attendono provvedimenti che permettano di mettere rimedio alle falle del sistema fiscale europeo che permette alle società di scegliere in quale dei 27 Stati membri stabilire la propria residenza fiscale.

La cordata degli editori

Al problema fiscale si aggiunge ormai da tempo la cordata degli editori di molti Paesi contro l´appropriazione da parte di Google dei contenuti prodotti dalle testate senza un regolare pagamento. L´ultimo grido d´allarme proviene dalla Francia. Il ministro della Cultura francese, la 39enne Aurelie Filippetti, si è espresso nei confronti della diatriba che contrappone il suo Paese a Google e Amazon, in un´intervista al Corriere della Sera: “Se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell’anno, a gennaio la Francia varerà la legge per obbligare la società di Mountain View a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti. Vogliamo ribadire un principio: chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione. Vale per le reti tv, gli operatori telefonici, i provider Internet, i siti, le piattaforme digitali” sottolinea il ministro al Corriere della Sera. E a riguardo Filippetti ha qualcosa da rimproverare alla Commissione europea: “Ha una visione un po’ troppo unilaterale della libera concorrenza. La Commissione preferisce fare le pulci agli editori che si organizzano per sopravvivere alla minaccia di Amazon, e non si allarma invece per il fatto che un colosso basato in Lussemburgo fa vendita a distanza con strategie fiscali inaccettabili e facendo dumping sulle spese di distribuzione. Amazon può permettersi di vendere a basso prezzo per mettere fuori mercato i suoi concorrenti, ma naturalmente rialzerà i prezzi appena avrà conquistato il monopolio o quasi. Di questo dovrebbero preoccuparsi a Bruxelles. La Francia vigilerà affinché Amazon pratichi una concorrenza leale”, conclude il ministro francese.

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