L’Italia si vanta, a ragione, di essere un grande paese manifatturiero. Un inequivocabile dato di fatto. Fondato prima ancora che sulle singole capacità su un unico grande valore. La Cultura. Intesa in senso lato a comprendere la ricerca e il sistema educativo. Ma ovviamente anche l’immenso patrimonio storico-artistico-archeologico. Un patrimonio che sarebbe riduttivo circoscrivere a musei e siti archeologici. E che invece in maniera più appropriata comprende quel “saper fare”, derivato dal passato, e elemento essenziale senza il quale la nostra manifattura non godrebbe del favore che ha.

Ma ora la crisi, le difficoltà economiche che impediscono alla crescita di riaffacciarsi sulla scena, frenano anche quel segmento della produzione più florida. Rintracciare un legame tra l’economia in sofferenza e la scarsa attenzione alle politiche culturali è tutt’altro che uno sterile esercizio retorico. Così analizzando dati e statistiche ci si accorge di quanto i due fenomeni siano in relazione tra loro. Anzi di quanto il sostanziale spreco delle risorse culturali sia la causa, forse, principale, della prolungata impasse economica.

Uno studio realizzato recentemente dal Sole 24 Ore consente di verificare compiutamente quanto il nostro Paese abbia un grado di attrattività culturale particolarmente basso. Pur avendo il più importante patrimonio.  Punto di partenza la costruzione di un indice  della competitività. Insomma un indice di “interesse  per la cultura”. Ottenuto rilevando il numero di ricerche su Google contenenti parole che chiave che mettono in relazione il Paese e diciotto indicatori. A partire da quality, art, literature, innovation e culture. Proseguendo per design, education, history, cinema, architecture, theatre, heritage e music. Per finire con luxury, fashion, media, style e university. Questi dati disponibili a partire dal 2004 sono stati posti sul lato sx di una tabella e incrociati con quelli del Pil.

Con la sorpresa, forse, degli economisti “puri e duri”, non certo di molti addetti ai lavori nel campo dei Beni Culturali, si evince chiaramente come le risorse impiegate per la cultura si rivelano un investimento. Altro che sussidio a fondo perduto. Uno straordinario motore di crescita.

Tanto più che, contrariamente a quel che succede per altri settori, le spese per la cultura, essendo rivolte a persone e attrezzature stabilmente insediate nella penisola, non corrono il rischio di espatriare. Un effetto diretto questo sugli attrattori culturali. Ai quali va senz’altro aggiunto quello, più indiretto ma non meno importante, sull’immagine dell’Italia nel mondo. Considerato che nell’ “immagine” rientra una serie ampissima di segni. Insomma non solo il Made in Italy. Ma anche lo spread.

Manca ancora la possibilità di quantificare questi benefici. Di monetizzarli. Ma è indubbio che le risorse impiegate per la cultura facilitino la crescita. Gli indizi su questo sono chiari. Così come è chiara l’incapacità di conservare i nostri monumenti. Di utilizzare il Bello che abbiamo ereditato per farne uno spot del nostro Paese. Male che, a ben vedere, dividiamo con altri Paesi. Ma è tuttavia significativo che l’Italia, che fra i cinque maggiori Paesi europei ha di gran lunga il più importante patrimonio artistico, nel dato del settembre 2012 presenta il livello più basso dell’Indice.

Altri dati estremamente significativi sono forniti dall’Indice di esportazione dell’impresa culturale italiana. Ottenuti utilizzando l’archivio digitalizzato Google-Harvard. Misurando l’incidenza del termine “Italia” associato a termini come “arte”, “architettura”, “design”. Quindi confrontandolo con quella degli stessi termini associati ad altri Paesi. Il risultato? L’Italia in cento anni ha perso le posizioni di leadership rispetto ad Usa, Germania, Francia, Regno Unito, Cina e Giappone in merito ad arte, architettura, moda, design.

Uno status quo più che desolante. Senza dubbio. Però ci si ferma spesso a descrivere il declino del presente. Innescando polemiche strumentali, oltre che sterili. Molto più raramente si riflette sui rimedi. Non esistono soluzioni miracolose. Neppure per quel che riguarda il nostro patrimonio. Affermare di voler rimettere al centro delle politiche che verranno la Cultura non serve. Se ai propositi non seguono misure adeguate. Ma derubricare in sostanza la Cultura a qualcosa di marginale è anche peggio. Per cominciare non guasterebbe giungere ad una proficua collaborazione fra il pubblico e il privato, così da moltiplicare le iniziative intese ad una manutenzione ordinaria e straordinaria di quei pezzi del nostro passato che mostrano di soffrire di più.

Togliamoci di dosso l’habitus di Paese mediocre che vive di un grande passato.

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