L’assedio al giacimento algerino di In Amenas ha immediatamente richiamato l’attenzione sui rischi energetici legati all’aumento della tensione nella regione del Sahel. Grazie ai suoi giacimenti nel cuore del Sahara, l’Algeria è infatti un partner energetico fondamentale per l’Italia e l’Europa, e un’escalation della violenza interna potrebbe avere un forte impatto sulla sicurezza energetica del vecchio continente.

Resta tuttavia da valutare con attenzione quale sia l’entità della minaccia nel paese nordafricano: se l’attacco rappresenti una delle (purtroppo crescenti) azioni terroristiche che caratterizzano il paese, o se invece si tratti di un’avvisaglia di una situazione politica che – sulla scia della violenza nei teatri limitrofi – tende verso una degenerazione ben più pericolosa e difficile da arginare.

Partner energetico
Membro dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) dal 1969, l’Algeria è il nono paese al mondo per produzione di gas naturale e il quindicesimo per il petrolio. Nonostante quasi il 38% del greggio algerino sia destinato ai mercati europei, esso ha un impatto quasi insignificante sui consumi totali del vecchio continente (poco sotto il 4%).

Al contrario, nel settore del gas naturale l’interdipendenza energetica con l’Unione europea è particolarmente significativa. Con 46 miliardi di metri cubi (bcm) annui di gas, l’Algeria è infatti il terzo fornitore dell’Ue alle spalle di Russia e Norvegia. Il gas algerino contribuisce al 10% dei consumi totali europei e, nello specifico, al 42% di quelli spagnoli e al 38% di quelli portoghesi.

Fondamentale è il legame energetico con l’Italia. Non solo il nostro paese è il primo mercato di destinazione per il gas algerino, ma – seppur raramente evidenziato nei dibattiti pubblici – l’Algeria rappresenta il primo fornitore di gas naturale dell’Italia davanti alla Russia. I 23 bcm di gas naturale, importati sia attraverso il gasdotto Transmed sia via Lng, contribuiscono a circa il 30% dei consumi nazionali.

La solidità della partnership tra i due paesi è confermata dalle attività di Eni ed Edison nel paese. La prima, oltre a gestire Transmed in joint-venture con la compagnia nazionale algerina Sonatrach, è attiva nel settore dell’exploration & production nell’area di Bri Rebaa; in generale la produzione algerina rappresenta il 5% della produzione totale di idrocarburi di Eni. La seconda, presente con una quota dell’11,25% nel bacino di Reggane, è partner strategico (insieme a Enel, Hera e Sfirs) di Sonatrach nella realizzazione del gasdotto Galsi, progettato per portare 8 bcm di gas algerino in Italia passando attraverso la Sardegna.

Per quanto riguarda il giacimento di In Amenas, attualmente sotto assedio per mano delle forze islamiste guidate da Moktar Belmoktar, esso è il quarto giacimento di gas in termini di produzione. Localizzato nella parte orientale del paese, nei pressi del confine con la Libia, il giacimento è operato da una joint-venture tra BP (46%), Statoil (45,9 %) e Sonatrach. La produzione di gas si aggira attorno ai dieci bcm annui (commercializzati dalla compagnia algerina) e 60.000 barili al giorno di condensati gestiti dagli altri due partner industriali.

Forza delle armi
A prescindere dai giudizi sull’esito del blitz delle forze algerine costato la vita a decine di ostaggi, la reazione del governo algerino nei confronti dei terroristi mostra chiaramente la volontà di stroncare con la forza le iniziative della jihad autoctona.

Grazie al contributo fondamentale delle rendite energetiche – che contribuiscono al 60% del gettito pubblico e al 34% del Pil – l’Algeria è infatti oggi il primo paese africano in termini di spesa militare, e il settimo importatore al mondo di armi convenzionali nel periodo 2007-2011. Nel solo 2011 il budget della difesa algerino ha fatto registrare una crescita del 44%, legata alla necessità di contrastare le attività terroristiche di Al-Qaeda in the Islamic Maghreb (Aqim) nel paese e nella più ampia regione del Sahel, intensificatesi in concomitanza con la primavera araba ed il protrarsi della guerra civile in Libia.

Sebbene il fattore terrorismo non sia l’unico elemento in grado di spiegare il sensazionale riarmo algerino – acquisizioni nel settore navale e aeronautico contribuiscono in modo significativo all’aumento della spesa militare – le capacità e la professionalità dell’esercito algerino rappresentano un’importante strumento per contrastare l’attività delle forze islamiste, e soprattutto mettere in sicurezza quelle infrastrutture energetiche strategiche fondamentali per la vita del paese.

Basti pensare che buona parte dei giacimenti si trovano in località remote del Sahara, e che grazie alle tecnologie di sorveglianza e ricognizione a disposizione delle forze armate algerine la presenza di soggetti non autorizzati in prossimità dei siti strategici può essere identificata in modo abbastanza agevole.

Grazie alla storica postazione di Tamanrasset e ai reparti recentemente dislocati nelle zone meridionale e orientale del paese per far fronte alle minacce provenienti dai porosi confini con il Mali e la Libia, i militari algerini – dotati di moderni elicotteri e aeromobili per l’attacco leggero – avrebbero gioco facile nell’intercettare i movimenti di presunti terroristi verso i principali giacimenti.

Rischi energetici
Sulla base delle differenti informazioni pervenute in questi giorni, è ancora particolarmente difficile comprendere l’origine e le motivazioni alle basi dell’attacco. In un primo momento si è escluso che l’assalto al giacimento di In Amenas potesse essere la risposta dei miliziani islamici alla concessione del proprio spazio aereo garantita da Algeri ai jet francesi; sembrava infatti che il blitz degli islamisti fosse stato organizzato da tempo, nel contesto di un’escalation di violenza e attività terroristiche che caratterizza il paese. In seguito, invece, il legame con gli avvenimenti maliani sarebbe stato confermato dalle richieste dei terroristi, che avrebbero chiesto uno scambio tra prigionieri e la fine dell’intervento militare francese in Mali.

In attesa di chiarimenti definitivi sulle dinamiche dell’attacco, sembra comunque di poter dire che le principali minacce alle attività energetiche in Algeria provengano dalla jihad autoctona, potenzialmente rafforzata dal caos che caratterizza la vicina Libia. Non è un caso che il complesso di In Amenas disti pochi chilometri dal confine tra i due paesi. Possibili incursioni di bande armate dalle zone di conflitto del Mali settentrionale risultano invece meno probabili, se non altro per motivi logistici non irrilevanti, dovuti al fatto che i principali giacimenti algerini distano migliaia di chilometri dal confine maliano.

Gli eventi di questi giorni devono far suonare un campanello di allarme (quantomeno) sugli standard di sicurezza delle maggiori infrastrutture energetiche. Il successo delle forze islamiste nell’assediare un sito di tali dimensioni e prendere in ostaggio un numero significativo di operatori, rappresenta infatti un forte smacco per le misure di sicurezza messe in atto dal governo algerino e dalle compagnie energetiche. Resta il fatto che con un migliore utilizzo degli strumenti a disposizione e una più attenta gestione delle forze in campo, attacchi come quello dell’altro ieri possono probabilmente essere evitati.

Il rischio peggiore, tuttavia, è che la minaccia terroristica portata dall’Aqim possa saldarsi con i sentimenti anti-occidentali delle popolazioni locali, alimentando spirali di violenza mai completamente sopite dai tempi della guerra civile. In questo caso, le forze islamiste hanno chiaramente mostrato il loro “interesse” verso i siti energetici, e ciò non lascerebbe presagire nulla di buono per il futuro della sicurezza degli approvvigionamenti italiani ed europei.

Nicolò Sartori è ricercatore dell’Area Sicurezza e Difesa dello IAI.

Articolo tratto dal dossier sul Mali di Affari Internazionali

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