I Musei italiani sono in molti casi al collasso. Allestimenti antichi e poco accattivanti all’interno di strutture che mostrano crepe profonde. E non soltanto metaforiche. Scarsi mezzi economici e poco personale. Insomma contenitori, che al di là dell’inequivocabile ricco contenuto, appaiono quasi destinati a non attrarre pletore di turisti. Con l’eccezione dei Musei più grandi e più noti. Nonostante su e giù per lo stivale siano presenti un’infinità di strutture espositive di dimensioni modeste. Ma tutt’altro che secondarie per quel che riguarda il patrimonio posseduto. Nel suo complesso. Considerando non soltanto quello esposto alla vista del pubblico, ma anche quell’altro. Non di rado anche più cospicuo del primo. Custodito nei sotterranei o comunque in locali di servizio. Quindi accessibile esclusivamente ai pochi addetti ai lavori. Insomma uno spreco immane. Da tempo immemore. Al punto che con sempre maggiore frequenza fanno capolino i sostenitori della necessità di “fare qualcosa” per uscire da questa impasse. Introducendo strumenti nuovi rispetto al passato. Attori diversi rispetto a quelli tradizionali.

Un terreno questo del “nuovo” che richiama quasi immediatamente il ruolo dei privati. La possibilità che possano contribuire ad interventi di varia natura su uno dei tanti Beni artistici e archeologici, necessitanti di cure, sparsi per il Paese. Come accaduto per il Colosseo. Ma accanto al tema dei privati ce n’è un altro che di tanto in tanto torna ad affacciarsi sulla scena del nostro Patrimonio. Cioè quello del prestito delle opere. Ma mentre da Noi la querelle tra favorevoli e contrari non produce nulla di concreto altrove si sperimenta. Si cercano soluzioni.

Come accade in Spagna. Dove i tagli al bilancio pubblico non hanno risparmiato nessuno. Né medici, né professori, né ricercatori, né poliziotti. Neppure le strutture museali. Così il museo più famoso del Paese, il Prado, nel 2012 ha subito una decurtazione dei fondi pubblici, pari al 30%. Una misura che non ha sancito il suo fallimento. Spingendolo alla chiusura. Si è provveduto invece a trovare risorse in altro modo. Innanzitutto rinunciando al giorno di chiusura del lunedì da parte dei dipendenti. Poi, l’aumento di donazioni e sponsorizzazioni private. Infine, la messa a reddito di un paio di centinaia di opere. Contro la crisi anche Velàzquez e Goya rinunciano a qualcosa. Al pari di guardiani e restauratori. Secondo El Pais le opere che si sono spostate di più sono state la Immaculada Concepcion de Aranjuez di Murillo, del 1778, El dios Marte di Veàzquez, l’Agnus Dei di Zurbaran e El Cacharrero di Goja. Capolavori che hanno raggiunto Houston negli States e Brisbane in Australia.

La politica intrapresa dal Prado chiara. Dei 38 milioni all’anno necessari per il Museo, lo Stato è in grado di garantirne soltanto 11. Gli altri devono arrivare da risorse proprie o donazioni. Per questo motivo si è scelto di perseguire la politica degli “affitti”. Che è stata in grado di garantire 3 milioni di euro.  Ma anche molto altro. Esportare nel mondo la storia della Spagna, i suoi artisti, i loro capolavori.

Questa è la strada. Tanto più da Noi. Rafforzare la conoscenza dell’Arte italiana nel mondo. Facendo in modo che ne abbiano un beneficio anche le esangui casse delle tante strutture museali. Ormai è evidente che l’arte deve rendere, per potersi mantenere. Capirlo non è più una semplice opzione. Ma una improcrastinabile necessità.

Così mentre l’Auriga di Mozia continua la sua tournèe in giro per il mondo cresce la schiera degli scettici. Proprio come accadde per il Satiro danzante da Mazara del Vallo, nel 2005. Ci si dice preoccupati delle sofferenze arrecate a quei capolavori dai tanti spostamenti. Dimenticando, forse, come nel frattempo tante altre opere, rimaste in patria, non siano più al sicuro. All’interno di strutture mal tenute e spesso poco visitate. All’Italia sembra manchino sempre più risorse adeguate. Idee capaci di supplire a quella mancanza. Soprattutto il coraggio, o l’umiltà, di metterle in atto. Finalmente.

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