I marmi romani dell’Età dell’equilibrio ai Musei Capitolini di Roma. Le illustrazioni di Chagall e il Degas restaurato dell’Hermitage. I disegni dell’architettura italiana del Rinascimento al Metropolitan di New York. Il Giulio Romano del Louvre. Le miniature e i Tiziano del Prado. Il Poussin e la donazione del Barber Institute alla National Gallery di Londra.

Cos’hanno in comune opere così differenti, in Musei così lontani? Semplice. L’essere parte di quel patrimonio, spesso sterminato, sommerso nei depositi. Relegato fuori dalle sale destinate ai comuni mortali.  In tempi di crisi i Musei riscoprono i tesori, non di rado, a lungo ri-sepolti. Curatori e direttori rimettono in circolo quanto conservato al di fuori dalla vista dei visitatori. Si riappropriano di quella dotazione accantonata. Che esiste ovunque vi sia un Museo. Che, in sostanza, misura la sua  “grandezza”. Passando dal celebrato spazio espositivo insignito del titolo di “nazionale” al più anonimo antiquarium locale. Basti pensare agli Uffizi, 1.768.000 visitatori nel 2011. Il quale a fronte delle 1.835 opere esposte, ne ha 2.300 nei depositi.

“Ogni anno dai nostri musei vengono spostati per mostre 10-12mila pezzi: un’emorragia che la riscoperta dei depositi consente di fermare, ravvivando lo stesso museo”, spiegava non molto tempo fa Roberto Cecchi, sottosegretario al ministero per i Beni Culturali. Così quello che prima era quasi tenuto nascosto come fosse segno di debolezza, ora viene esibito con orgoglio. La National Gallery di Scozia, a Edimburgo, è già alla seconda edizione dedicata agli scottish colourist di sua proprietà. Alcuni dei quali in arrivo dai depositi.

Nel 2011 gli Uffizi hanno spianato la strada a questa nuova felice esperienza con la prima edizione di Mai visti, alle Reali Poste. Una serie di piccole mostre a tema che riutilizzavano di volta in volta quello che offrivano i depositi del museo. I marmi romani, la rappresentazione del paesaggio, il nudo e la rappresentazione dell’Eucarestia. Tutte con ingresso gratuito ed un numero di visitatori oscillante tra i 10 e i 20mila. Quest’anno, fino al 3 febbraio, si è giunti alla dodicesima edizione, L’Alchimia e le Arti. La Fonderia degli Uffizi da Laboratorio a stanza delle meraviglie. Un viaggio tra arte, magia e scienza, nel quale, forse, non è presente nessun capolavoro assoluto. Ma comunque opere di qualità.

Una nuova proposta. Una strada ancora in gran parte inesplorata. In grado di attrarre visitatori. Senza incidere troppo pesantemente sui costi degli allestimenti. Il tentativo di trovare formule nuove. Ma potenzialmente vincenti. Per i Musei. Proprio come quella sperimentata dal Louvre, lo scorso dicembre.  Quando ha affidato a Le Clezio, Nobel per la letteratura, la creazione di un museo ideale. Riprendendo l’esperimento tentato a suo tempo dalla National Gallery di Londra con L’occhio dell’artista.

Il bello sommerso tenta di riemergere dall’oblio al quale è stato condannato dall’immobilismo statalistico. Lo fa, forse, spinto più dalla necessità che dalla convinzione che quella sia la strada giusta.

E’ ancora lontana la Meta-Monumental Garage Sale andata in scena da poco al Moma. Circa 14mila oggetti, raccolti da Martha Rosler ed esposti nella hall del museo newyorkese. Acquistabili facilmente. Bastava pagare il biglietto e scegliere secondo le proprie finanze.

Ai Musei italiani, assaliti da mille problemi, non si chiede tanto. Di vendere i loro capolavori. Ma di ripensarsi. Ormai il Rinascimento è lontano.

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