Pubblichiamo l’executive summary sul “Afghanistan″ del rapporto annuale dell’Osservatorio strategico del Centro militare di studi strategici militari (CeMiSS) che è stato presentato oggi a Palazzo Salviati di Roma. Il testo raccoglie la produzione sviluppata per ognuna delle 13 aree monitorate nel 2012 e fornisce un quadro prospettico e previsionale nel breve termine.

A fronte di un potenziale quadro di “nuova guerra civile”, conseguente al processo di sfaldamento dello stato e delle forze di sicurezza afghane (ANSF) – con conseguente vantaggio per i gruppi di opposizione armata (GOA) –, gli eventi registrati nel 2012 in Afghanistan suggeriscono uno scenario per il biennio 2013-2014, contrassegnato da: aumento dello stato di conflitto a livello locale; instabilità politico-sociale e impreparazione delle ANSF – in parte compensata dal sostegno della Nato – che manterranno il paese in una condizione di precario “stallo dinamico” nel breve periodo; aumento della pressione militare dei GOA che seguirà il disimpegno della Nato con significative ripercussioni sul livello operativo.

Il biennio 2013-2014 sarà contrassegnato dalla fase esecutiva dell’accordo strategico tra Stati Uniti e Afghanistan che porterà a una nuova formula di presenza militare statunitense sul suolo afghano basata sulla concessione a medio-lungo termine di importanti basi. Stati Uniti e Nato, rinunciando a una reale stabilizzazione, procederanno con il passaggio di responsabilità (transizione) attraverso un’intensa assistenza alle ANSF, al momento incapaci di garantire un efficace e concreto controllo del territorio.

I taliban – imbattuti sul piano formale e sostanziale – sono militarmente capaci, ma impossibilitati a contrastare le truppe straniere e le ANSF sul campo di battaglia. Perciò tenderanno a limitare significativamente le potenzialità delle ANSF (e dunque l’efficacia della ‘transizione’) attraverso il processo di annullamento della fiducia tra istruttori/consiglieri Nato e reclute. L’effetto del processo sono gli attacchi green on blue (soldati afghani che attaccano i propri istruttori stranieri) che hanno contribuito ad un’ulteriore accelerazione del disimpegno afghano.

A livello interno, i processi politici ed elettorali, già caratterizzati da limitata trasparenza e brogli, saranno influenzati dai GOA nelle aree rurali e periferiche a prevalenza etnica pashtun. Data l’attuale situazione, non sono da escludere tentativi di spartizione “politica” dell’Afghanistan spinti dalla volontà di accesso ai proventi delle risorse minerarie ed energetiche; un’ipotesi in grado di alimentare l’insorgere di conflitti locali “di faglia”, accentuati dalla ridotta capacità amministrativa del governo e dal dilagante fenomeno della corruzione. Un ruolo positivo verrà certamente giocato dagli attori regionali, che aumenteranno il proprio coinvolgimento politico ed economico. In estrema sintesi, l’Afghanistan del prossimo biennio sarà un paese relativamente instabile dal punto di vista politico interno ed esposto al rischio di un ridimensionamento del ruolo dello stato (a vantaggio delle forme di potere locale e periferico), seriamente precario – in quanto non stabilizzato – sul piano della sicurezza e della capacità di governance, limitato nella gestione trasparente del sostegno economico della comunità internazionale (elevato rischio di corruzione), dinamico e flessibile sul fronte della cooperazione regionale.

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