“Questa è una generazione delusa  e forse deludente, una nuova generazione compressa dalla crisi, destinata a non essere  più al centro di ogni mutazione  non solo nell’arte. E sa da una parte, questa non-generazione sfugge  al confronto politico, dall’altra si ritrova a dover utilizzare i codici artistici del passato e la tecnologia del futuro. Forse per questo non c’è più la grande aggressività della trasgressione, ma viene anche da interrogarsi quanto i critici siano oggi capaci di capire tutto questo”. Parole, queste, di Gianfranco Maraniello, direttore del museo Mambo di Bologna. Giovani artisti finiti sotto i riflettori per quella che appare sempre più come un connotato generazionale. La delusione. Un sentimento che ne frena i comportamenti, certo. Ma che costituisce anche un forte condizionamento nelle loro espressioni artistiche.

Giovani, come racconta Massimiliano Gioni, curatore della prossima Biennale d’arte di Venezia, anche con una naturale predisposizione ad utilizzare le nuove tecnologie. A padroneggiarle. Giovani  forniti anche di una discreta dimestichezza con il sistema delle grandi gallerie. Ma privi di quella grinta e quella trasgressione che ha caratterizzato i primi Hirst, Koons o Cattelan. Come sottolinea anche Francesco Vezzoli. Il quale rileva come fiere, gallerie e musei si siano letteralmente moltiplicati negli ultimi vent’anni. Fino a dar vita ad una vera e propria “industria dell’arte”. Costringendo ad un doveroso mutamento. Ad una mutazione del messaggio. “Che deve essere  forte, al limite violento, o quantomeno leggibile e soprattutto inconfondibile”.

Ma nonostante questa status nel quale la sofferenza sembra essere vincente, i giovani appaiono sempre più nel mirino dell’art system. Basta pensare alla prima edizione di Art Basel Hong Kong, in programma dal 23 al 26 maggio all’Hong Kong Convention and Exhibition Centre. La più grande fiera d’arte nel mondo, con 3000 artisti e 245 gallerie. Evento con una sezione dedicata ai giovani talenti emergenti. Con in palio un premio di 25mila sterline.

Oppure si può pensare al Premio Furla, giunto alla sua nona edizione. Nel corso delle quali sono stati celebrati Sislei Xhafa, nel 2000, Lara Favaretto, nel 2001 e Sissi, nel 2002. Ideato e curato da Chiara Bertoli, ha avuto il suo atto conclusivo il 25 gennaio nell’ambito di Arte Fiera Bologna 2013.

Ma nel tratteggiare quella che a tutti gli effetti appare una fenomenologia di una generazione (in realtà, di diverse generazioni), non possono non rilevarsi altri aspetti caratterizzanti. A partire dal superamento della fase di accesa, propositiva, conflittualità, con i grandi maestri. E dall’avvio di un’estasiata venerazione nei loro confronti. Come certifica la quarta edizione della Catlin Guide, letterale who’s who dei migliori emergenti britannici. Quaranta nomi scelti tra gli ultimi diplomati delle Scuole d’arte britanniche. “Raccolti” in un volumetto che apre le porte di molte gallerie. Oltre ad assicurare un premio di 5mila sterline a chi durante l’anno dimostrerà la crescita artistica più evidente. Nella rosa di quest’anno l’interesse maggiore è rivolto a Steve Allan, autore di un dipinto nel quale è più che evidente l’omaggio alla Danza della musica del tempo di Poussin. Anche se riletto in una chiave assolutamente differente, inserendo al posto di ninfe e satiri, caschi di banane e teiere. Ma chance di raggiungere la celebrità sono riconosciute dai critici anche a Juno Calipso, autore di una sequenza di immagini che raccontano modelli estetici contemporanei e a Lidya Brain, che ha realizzato un video-performance.

Ma nel complesso la generazione dei nuovi artisti appare delusa. E con un rispetto del passato quasi inusuale. Che per certi versi può anche trasformarsi in un superamento degli antichi conflitti e acquisizione di una nuova consapevolezza nelle proprie capacità. Almeno nel campo artistico sembrerebbe essersi conclusa la battaglia contro Edipo. Ma forse si tratta solo di un nuovo status. Provvisorio. Per verificarne i risultati serve ancora tempo.

 

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