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E ora governo istituzionale e Assemblea costituente

Non è una Pasqua di “resurrezione”, quella che stiamo per celebrare. Anzi, siamo di fronte ad un drammatico disastro. La definitiva sepoltura della Seconda Repubblica sta costando lacrime e sangue al Paese – che un po’ se lo merita, avendo voluto illudersi per ben due decenni che l’alternanza di governo prodotta dal bipolarismo imperniato sul berlusconismo e l’antiberlusconismo fosse una conquista democratica – ma soprattutto sta impedendo, attardandosi, l’apertura di una nuova stagione politica.

Gli italiani vorrebbero un governo che risolva i nodi della crisi prima che sia troppo tardi (e in parte già lo è), ma questo obiettivo è impossibile senza che sia preventivamente risolto il problema dei problemi, e cioè la definizione di un nuovo sistema politico e istituzionale. Inutile girarci intorno, in assenza di strumenti che consentano di aggiustare la Repubblica – ma a questo punto sarebbe meglio dire “rifondare” – al massimo alle questioni irrisolte, vecchie e nuove, si possono mettere delle fragili pezze, non certo fare riforme che vadano alla radice.

In questo senso, è sterile prendersela con Grillo e suoi “signori nessuno” perché non si vogliono prendere la responsabilità di accondiscendere alla avances di Bersani – quel 25% è tutto basato su un “vaffa”, mica su un programma di governo – o arrovellarsi sul perché un uomo mite ed equilibrato come il segretario (ancora per poco) del Pd abbia scelto l’irragionevolezza. Quaranta giorni dopo le elezioni, il bizantinismo e l’approccio pedagogico praticato dai partiti ha prodotto solo una condizione da repubblica presidenziale, rimettendo tutti al volere di Napolitano. Il quale non potrà che tentare di mettere in piedi un governo “istituzionale”, a tempo determinato e con obiettivi circoscritti, che si reggerà con i voti di tutti tranne i 5stelle. Che poi era l’unica cosa ragionevole da fare un minuto dopo aver osservato i risultati elettorali. Un governo di transizione verso elezioni che, grazie anche ad una legge elettorale finalmente europea – bisognerà scegliere tra l’ipotesi tedesca e quella francese – porti alla fase costruttiva della transizione verso la Terza Repubblica.

Ciò che davvero conta, oggi, è dare fondamenta solide alla costruzione di “casa Italia” che inevitabilmente potremo cominciare solo domani. Queste basi consistono, essenzialmente, nelle cose che da tempo, ahinoi ormai immemorabile, è andata proponendo Società Aperta. La prima e più importante di tutte è l’Assemblea Costituente. Il fatto che Bersani nel suo disperato tentativo di farsi dare la “non sfiducia” da Berlusconi – per tenere fermo il punto di non fare una maggioranza di governo con l’odiato nemico – gli abbia proposto di fare insieme una “convezione costituente”, che altro non è se non una commissione parlamentare per riformare la seconda parte della Costituzione, conferma come ormai sia chiaro a tutti che bisogna avviare una fase di revisione costituzionale. Ma non è certo con l’ennesima bicamerale, a sedici anni di distanza da quella presieduta da D’Alema, che si può fare un serio lavoro di riscrittura delle regole e degli assetti istituzionali. Qui non si tratta di dare un’aggiustatina alla Carta – che va rivista laicamente, senza né volerla buttare né considerarla inviolabile – ma di ripensare lo Stato e le sue articolazioni sul territorio in modo decisamente più efficiente e moderno e molto meno costoso, e di immaginare un modello di sviluppo, e conseguentemente un sistema di welfare, adatto ai vincoli posti dalla globalizzazione e capace di interpretare la modalità sostenibile della crescita (quella che potremmo chiamare “crescita felice”).

Insomma, c’è da ricongiungere Costituzione formale e costituzione materiale, che in questi anni si sono divaricate in modo irreversibile. E un lavoro di questo genere non lo può fare un parlamento, inevitabilmente chiamato a svolgere compiti legati alla congiuntura economica e sociale e ad affrontare le tante emergenze che puntualmente capitano, né una sua commissione pur rafforzata da apporti esterni (la proposta Amato-Violante). No, occorre la competenza e la solennità di una Costituente, che in 18 mesi – duranti i quali parlamento e governo lavorano normalmente, salvo evitare di legiferare su materie di carattere costituzionale – sappia riscrivere le regole d’ingaggio della nuova (la Terza) Repubblica e consegnare al Paese una strategia per (ri)costruire il suo futuro.

Troppo? Tanto, sì tanto. Ma indispensabile. Come ci si arriva? Attraverso la definitiva implosione dei partiti che hanno incarnato la Seconda Repubblica e il suo malefico bipolarismo “armato”. E pure di quelli (il cosiddetto Centro) che se ne sono distinti senza però avere la forza, il coraggio e la lucidità politica di proporre agli italiani un’alternativa radicale. No, tranquilli, noi di Società Aperta non siamo diventati grillini. Ma, in perfetta coerenza con quanto diciamo da sempre, siamo convinti della irriformabilità dell’attuale sistema politico e dei suoi protagonisti. La disintegrazione di tutte queste forze è ormai con tutta evidenza avviata. Tanto che ne vedremo presto gli esiti. Si pensi alla implosione del Centro, e non solo per la fine ingloriosa del governo Monti e del suo premier, nonostante che il 10% dei voti costituirebbe una base non trascurabile per la costruzione di un partito cerniera. Si pensi a quello che è presumibile succederà nel Pd dopo il fallimento di Bersani e la decisione, annunciata da Enrico Letta (casualità emblematica), di rimettersi al Capo dello Stato e di sostenere qualsiasi decisione Napolitano assumerà. E non necessariamente solo per mano di Renzi. Ancora, si pensi alle dinamiche implosive che riguarderanno il Pdl una volta che Berlusconi dovesse raggiungere definitivamente il suo obiettivo – mettersi in salvo, possibilmente impero economico compreso – o essere certo del contrario. Così come si può fin d’ora scommettere su una rapida evoluzione della Lega in qualcosa di diverso, essenzialmente per mano di Tosi. Per fortuna a tutto questo rivolgimento corrisponderà anche, in modo speculare, la fine della “setta Grillo & Casaleggio”. Ma, attenzione, solo dopo e come conseguenza della disintegrazione delle altre forze, altrimenti la funzione catartica della rabbia degli italiani da parte dei pentastellati continuerà, inutile illudersi che facendo incursioni nel loro campo si ottenga preventivamente questo risultato.

Signor Presidente, dia al più presto l’incarico perché si formi un governo di emergenza istituzionale, spenda la sua saggezza e il suo indiscusso – finalmente indiscusso – prestigio per assicurare agli italiani che quando si tornerà alle urne si potrà votare anche per i nuovi costituenti oltre che per i parlamentari. E, infine, sacrifichi ancora un po’ del suo tempo per il bene del Paese accettando una riconferma che sarebbe, seppure solo nella sostanza e non nella forma, a termine, al fine di poter garantire che non si deragli da questo percorso. Il resto, cioè la palingenesi dei partiti e del sistema politico, verrà da sé. Siamo con Lei. Siamo nelle sue mani.

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