I punti del programma del Movimento 5 Stelle su previdenza e welfare descritti e analizzati dall'economista Nicola C. Salerno dell'istituto di ricerche Cerm

Le pensioni non sono direttamente citate nel Programma del M5S ma sul tema si sono più volti espressi, con dichiarazioni pubbliche, i dirigenti del partito.

L’idea generale alla base delle dichiarazioni è quella di introdurre una “forchetta” di assegni pensionistici ammissibili: non al di sotto di un ammontare minimo, non al di sopra di un ammontare massimo. Questa idea non è stata accompagnata da alcun dettaglio tecnico né sulle modalità di computo né sui mezzi di copertura. Si tratta di una invocazione, niente di più. E forse proprio per questa ragione c’è stato un po’ di! “pudore” nell’inserirla nel Programma ufficiale.

Espressa in questi termini, la proposta è totalmente priva di fondamenta. Non solo rappresenterebbe una marcia indietro radicale rispetto al processo di riforma del sistema pensionistico condotto dall’inizio degli anni Novanta ad oggi. Essa si porrebbe in contrasto con delle caratteristiche fondamentali di funzionamento del welfare su cui faticosamente è stata fatta luce nel dibattito italiano e internazionale:

1. Promesse “al buio” non possiamo più permettercele. Ingenerano aspettative che poi non
sono concretizzabili. Soprattutto su tematiche previdenziali, la copertura finanziaria va studiata attentamente guardando al lungo periodo;

2. L’inserimento di un tetto alle pensioni equivale a una tassa implicita sui redditi da lavoro,
perché abbatte il rendimento che matura sui contributi pensionistici versati anno per anno.

Ne scaturirebbero effetti negativi sull’offerta di lavoro, sulla produttività, sugli incentivi ad investire in formazione e capitale umano. Invece di sforzarsi di ridurre il cuneo sul lavoro (che per una parte significativa origina nella contribuzione pensionistica), lo si appesantirebbe ancor di più;

3. L’assetto ottimale del sistema pensionistico non va valutato a se stante, ma come parte del welfare system complessivo. È questo che l’Italia sta da anni tentando di mettere in pratica, neutralizzando i flussi redistributivi interni alle pensioni, per sviluppare gli altri istituti welfaristi sottofinanziati o inesistenti. Le pensioni sono strumento inadatto alla redistribuzione, che ha bisogno di svolgersi il più possibile “in tempo reale” rispetto ai bisogni e di assumere anche forme e modalità diverse a seconda del bisogno. Con questa proposta di “socialismo pensionistico” il M5S compie un balzo indietro nel tempo.

Se è pericoloso prenderla alla lettera, la proposta va però capita nelle sue radici, nelle ragioni di fondo che il M5S non ha saputo elaborare e a cui non ha saputo dare approfondimento tecnico e realismo. Una osservazione, questa, che vale per tante altre idee partorite dal M5S, che hanno tutto l’aspetto di reazioni istintive e stanche di cittadini comuni di fronte problemi che il Paese si trascina ormai da troppo tempo. In questo caso la riforma incompiuta, nonostante i molteplici interventi succedutisi dal 1992 (legge “Amato”) ad oggi (legge “Fornero”), è proprio quella del sistema pensionistico e dei suoi raccordi con il resto del welfare”system e con il mercato del lavoro.

Al M5S andrebbe spiegato che la pensione minima generalizzata e di importo adeguato (superiore a quanto al momento possono garantire gli assegni sociali e le integrazioni al minimo) è qualcosa che oggi semplicemente non possiamo finanziare, come non possiamo finanziare il reddito di cittadinanza erga”omnes, non a caso altro punto del Programma. Andrebbe spiegato che la pensione minima è in realtà un “di cui” del reddito di cittadinanza, quel particolare reddito di cittadinanza cui avrebbero diritto gli anziani privi di sufficienti mezzi economici.

La soluzione del finanziamento non può venire da aumenti espliciti o impliciti dell’imposizione. La pressione fiscale e contributiva è già alta e va ridotta. Per poter essere avviato il reddito di cittadinanza non può fare a meno di una alta selettività, sia nei mezzi che nell’età del percipiente. Deve, in altri termini, sposare il principio dell’universalismo selettivo. Nel tempo, se e quando matureranno condizioni di maggior disponibilità di risorse, la selettività potrà essere declinata diversamente, ma adesso non può che essere molto stringente.

La selettività su un istituto welfarista che si vuole introdurre ex novo può circoscrivere le risorse necessarie a finanziarlo, ma non risolve di per sé lo snodo del finanziamento. Dove cercare  risorse? Quelle rigenerabili all’interno del sistema pensionistico possono arrivare dalla velocizzazione e generalizzazione del passaggio a regime del criterio di calcolo contributivo nozionale. Riconoscere a tutti una pensione commisurata alla storia contributiva e alla vita attesa al! momento del pensionamento libererebbe risorse riutilizzabili per finanziare il reddito di cittadinanza per gli anziani. Sarebbe cosa diversa dall’imporre un tetto massimo tout court alla pensione, ma implicherebbe comunque l’applicazione integrale (a tutta la carriera) delle regole di calcolo contributivo anche a coloro che già lavoravano prima del 1995 e che non sono ancora pensionati. Una decisione tutt’altro che facile da assumere perché significherebbe ridiscutere diritti formalmente acquisiti.

Anche si riuscisse in questa impresa, e anche se si aggiungesse un contributo di solidarietà a carico delle pensioni già in erogazione e di importo elevato (un correttivo contributivo expost), l’adeguatezza delle risorse liberate rispetto all’obiettivo (reddito di cittadinanza per l’età anziana) sarebbe!tutta da verificare, sia nelle disponibilità immediate sia in quelle acquisibili permanentemente nel medio lungo periodo.

O la copertura la si cerca fuori dal welfare”system, oppure!si!deve!utilizzare uno!strumento ingrado di dare un po’ “plasticità” alla spesa del!welfare” system per facilitarne il rimodellamento. Fonti di finanziamenton esterne, dedicabili in maniera permanente, non sono facili da individuare in questo frangente. S è vero che si possono cercare un po’ dappertutto risparmi da efficientamento è anche vero che sono tanti gli ambiti di intervento da lungo tempo in attesa di risorse fresche, a cominciare dagli investimenti in infrastrutture che servono e che rilancerebbero domanda aggregata e produzione. Se!è vero che la mostruosa cifra dell’evasione fiscale potrebbe, riassorbita, cambierebbe radicalmente i vincoli della finanza pubblica, è anche vero che i risultati non sono facili da ottenere, arriveranno gradualmente nel tempo e dovranno concorrere alla riduzione della pressione fiscale. Insomma, se si hanno idee per una copertura esterna al welfare”system, sono le benvenute, ma devono essere realistiche, praticabili e, se non avere subito la forza della strutturalità, non avere neppure la debolezza di interventi posticci a visione limitata (pochi anni).

Ricercare la copertura interna risponderebbe alla ratio che la spesa pubblica italiana dedicata al welfare”è, in termini di Pil, grossomodo allineata a quella dei principali Partner europei, ma se ne discosta per la composizione, concentrata su pensioni e sanità e scarsa o assente sugli altri istituti: famiglia, minori, assistenza continuata ai non autosufficienti, conciliazione vita lavoro, sostegno per periodi di disoccupazione, sostegno per insufficienza di mezzi (di cui la pensione minima è una applicazione), etc.

Lo strumento migliore per riequilibrare la composizione, in tempi relativamente rapidi e senza strappi, è l’universalismo selettivo applicato a tutto tondo (non solo allo strumento nuovo che si intende introdurre). L’universalismo selettivo permette di “correggere in corsa” la struttura del welfare in una fase storica in cui non si è più sicuri neppure di quante risorse sarebbero teoricamente necessarie per realizzare in maniera adeguata, e senza “vendere fumo”, l’offerta di prestazioni che nel tempo è stata costruita (tanto si è perso il accordo tra fonti di spesa e reperimento delle risorse).

Nessuna prestazione sia più totalmente gratuita se non nei casi in cui ricorrano condizioni tali da giustificare la gratuità totale. E che tutti concorrano a coprire i costi in proporzione alla loro capacità economica. Un principio che, oltre che guidare l’allocazione delle risorse pubbliche, varrà anche come fattore di responsabilizzazione di  tutti i cittadini all’atto di richiedere e di ottenere una prestazione del welfare system. Contribuire aiuterà a capire il valore, aiuterà a capire lo sforzo che la collettività sta in quel momento facendo per mettere  a  disposizione  un  bene o un servizio. Chi saranno i primi beneficiari di questo cambiamento? Tutti gli outsider. Un esito che è molto caro al “popolo” del M5S, per definizione composto di outsider, e che dovrebbe esser molto caro anche al PD, al partito di sinistra riformista.

Chi spiega al M5S tutto ciò che qui si è sinteticamente scritto? Soprattutto: chi spiega che tutto ciò altro non è che la realizzazione su scala sistemica di quanto loro hanno inserito, forse non  troppo!consapevolmente, nel Programma, chiedendo l’introduzione di “ticket proporzionali al reddito”? C’è bisogno di qualcuno che parli con il M5S e che aiuti a razionalizzare le idee, così valorizzando e canalizzando la forte spinta al cambiamento che è il tratto distintivo di questo movimento/partito.

Perché il PD, l’anima più moderna e progressista del PD, non raccoglie questa sfida, adesso che è provato, con le elezioni dei Presidenti di Camera  e Senato, che i Parlamentari del M5S non pensano e non votano “per procura”?

Nicola C. Salerno

www.cermlab.it

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