Che il lavoro sia il problema cruciale del nostro tempo non è certo una novità. Anzi, il nostro Paese, anche in questo, ha sbagliato in anticipo. L’Italia ha inseguito senza sosta il miraggio della concertazione, non abbandonandolo neanche dopo il Decreto di San Valentino del 1984, grazie al quale il ministro del lavoro De Michelis infranse la supremazia di Confindustria e CGIL. Oggi, appunto, paghiamo ancora il conto della vittoria culturale di un’ideologia sempre contraria alla libertà contrattuale.

I dati comunicati ieri dal Ministero del Lavoro confermano. I licenziamenti nel 2012 hanno superato il milione, aumentando in un anno del 13,9 %. Anche le nuove assunzioni sono calate di quasi il 6%, con un range giovanile tragico che rasenta il 15%. Se uniamo questi numeri a quelli europei, forniti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il deficit si allarga, riguardando ben ventisei milioni di persone. La colpa, dopo la crisi del 2008, è attribuita alla politica di risanamento dei bilanci e alle misure di austerità adottate. Tradotto in italiano, a un’economia che è ferma perché non è finanziata. Situazione che diventa drammatica specialmente per un Paese come l’Italia senza un governo politico da almeno un anno e mezzo, taglieggiato dalle speculazioni sui differenziali.

Alla semplice domanda su cosa vieta alla politica di invertire la tendenza, la risposta è sempre la stessa: non è possibile perché il debito pubblico lo impedisce. Tant’è vero che le manovre sono costantemente orientate a coprire il disavanzo e attuare faticosamente il patto di stabilità. Nell’estate del 2011, la Bce intervenne perfino in modo autoritario per obbligarci a prendere misure economiche che oggi sono riconosciute all’origine della disoccupazione mondiale.

Forse è giunto il momento di guardare in faccia alla realtà. Per prima cosa è indispensabile trovare una maggioranza parlamentare, quale che sia, per mettere in piedi rapidamente un Governo, quale che sia, e adottare una politica economica veramente democratica, interessata cioè a servire la nostra società, la realtà delle nostre famiglie, delle nostre imprese.

Il problema, infatti, non è il debito pubblico. Il problema non è lo Stato. Il problema sono, semmai, le spese inutili e i risparmi destinati verso cattivi investimenti, saccheggiati dalle banche e risucchiati dal debito pubblico con assurde politiche fiscali. Bisogna, all’opposto, fare in modo che subito le nostre risorse private ancora ingenti siano indirizzate verso la produttività di quelle imprese italiane che garantiscano lavoro stabile ai giovani. E’ chiaro, infatti, che il dramma attuale della disoccupazione è troppo esteso perché sia una faccenda congiunturale e transitoria. E’ indice di un errore culturale nel regolare il sistema dei rapporti economici tra Stato e società, e tra Unione Europea e Paesi membri. Ben inteso, uscire dall’Euro sarebbe un’evidente idiozia. Si tratta, nondimeno, di farsi i propri interessi democratici, in conformità a un impiego nazionale delle risorse vere della nostra collettività, famiglia e piccole imprese, evitando lo sperpero di risorse e la collocazione all’estero dei capitali.

Certo, ciò esige una riconsiderazione etica del bene comune, impossibile senza il controllo sociale di banche e di assetti strategici essenziali per l’interesse della comunità. Tutte cose palesemente impossibili, se manca una cultura di Governo e uno Stato efficiente.

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