O lo Stato è presente in economia e quindi ha il dovere di dare un indirizzo politico alla sua partecipazione (non a caso si parla di politica industriale) oppure vi rinuncia ma non solo alle nomine ma al business stesso mettendo sul mercato tutte le sue azioni.

Morire di ipocrisia. Le cattive abitudini possono essere virali, contagiose. Aveva iniziato il governo tecnico a soffiare sulla retorica delle nomine fatte attraverso l’invio di curriculum. Si ricorda a tal proposito una procedura trasparente in cui siano stati resi pubblici le bio pervenute a Palazzo Chigi e i criteri per scegliere i nominati? Ovviamente no. Amministrare società partecipate dello Stato non può prevedere come requisito la tessera di un partito ma neppure una raccolta di titoli accademici.

La cosiddetta governance è la conclusione e non l’essenza di un ragionamento che deve stare a monte. L’azionista – in questo caso il governo, la politica – deve indicare gli obiettivi di mercato, le strategie e le priorità. Su queste basi, individuare le figure professionali che meglio possono svolgere questo ruolo garantendo il raggiungimento dei target fissati (e su questo misurarli successivamente o in corso d’opera).

Il rinvio delle assemblee delle partecipate Cdp, di Ferrovie e di Finmeccanica è una scelta assai discutibile (due giorni fa il titolo del colosso della difesa è crollato in Borsa dopo l’annuncio del Mef) ma la scusa che è stata addotta è risibile. Il governo tecnico aveva risolto il nodo delle nomine indicando prof amici del Prof, lottizzati di partito presentabili e poi una grande quantità di dirigenti di via XX Settembre. Questa la grande rivoluzione. In realtà, piccoli passi (talvolta in avanti, talora indietro).

L’esecutivo di Enrico Letta non cada nelle sabbie mobili dei criteri di nomina dei Cda, piuttosto voli alto indicando cosa vuole fare di Finmeccanica (azienda straordinaria taglieggiata dalla politica sugli appalti ma abbandonata quando si discute di strategie) o della galassia sconfinata di aziende e fondi posseduti da Cassa depositi e prestiti, al cui confronto l’Iri di un tempo appare una piccola holding.

Se si sa cosa si vuol fare – e la scelta è squisitamente politica – i nomi si incastreranno sulle caselle in modo molto più semplice e lineare. Altrimenti verranno solo pasticci infarciti da un disgustoso bon ton.

D’altronde, al fondo di tutto c’è un tema molto semplice: o lo Stato è presente in economia e quindi ha il dovere di dare un indirizzo politico alla sua partecipazione (non a caso si parla di politica industriale) oppure vi rinuncia ma non solo alle nomine ma al business stesso mettendo sul mercato tutte le sue azioni.

Al governo e ai partiti è troppo chiedere di non prendere in giro i cittadini? L’ipocrisia è nemica tanto del mercato quanto della democrazia.

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