La recessione italiana non sembra per il momento manifestare segni di un’inversione di tendenza. Tanti sono gli indicatori – da un impoverimento dell’economia reale, ai dati su Pil e disoccupazione – che inducono a essere prudenti su modi e tempi della ripresa del Paese.

In mezzo a tanta incertezza, c’è chi invece come il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni (nella foto), sembra guidato da un solido ottimismo. Dovere del ruolo? Forse. Fatto sta che nel corso del convegno per la presentazione del rapporto Ocse sulla situazione economica italiana, il ministro si è detto possibilista rispetto a un’uscita dell’Italia dalla recessione già nel 2013.

Parole che si scontrano non solo con la realtà dei fatti, ma con le stesse previsioni dell’Ocse, che spinge di nuovo al ribasso le stime sul Pil per il 2013, con una contrazione dell’1,5%, contro il -1% previsto nelle previsioni del novembre scorso.

Per l’organizzazione internazionale, il ritorno alla crescita non è atteso prima del 2014, a meno che l’Italia non faccia un superlavoro riducendo in modo significativo il proprio debito pubblico con tagli strutturali e cessioni societarie e immobiliari.

L’urgenza di un drastico taglio del debito come premessa alla crescita italiana è stata manifestata anche dal presidente della Commissione europea, José Manuel Durão Barroso, nel corso dei uno degli incontri ufficiali di Enrico Letta in Europa.

Il governo Letta, con in testa l’ex direttore generale della Banca d’Italia, non sembra però intenzionato a percorrere la strada indicata da Bruxelles, ma anzi confida in misure che rivitalizzando l’economia possano consentire di tenere ugualmente il rapporto deficit/Pil sotto il limite imposto del 3%.

Siamo orientati ad un rilancio della crescita economica e sostenibile e proseguiamo con fermezza sulla strada delle riforme strutturali già iniziate“, ha detto Sacomanni, aggiungendo che “i risultati ottenuti nel 2012 e le previsioni di finanza pubblica per il 2013 e per il 2014 sono tali da consentire all’Unione europea di chiudere, nelle prossime settimane, la procedura di disavanzo eccessivo. Questo potrà avvenire entro fine maggio, al massimo ai primi di giugno”.

L’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo è per il titolare del dicastero dell’Economia “importante per il nostro paese e cruciale per il giudizio delle agenzie di rating”, perché tutto questo “darebbe un contributo importante alla riduzione dello spread tra i nostri titoli e i titoli tedeschi” con ricadute “sul costo del credito all’economia e con l’attenuazione della stretta creditizia”.
Ciò per Saccomanni consentirebbe all’Italia di allentare altri vincoli del Patto di stabilità interno per il cofinanziamento nazionale dei fondi Ue nel periodo 2013-2015 pari a 12 miliardi e sbloccare così importanti investimenti.

Sul tavolo del governo già stazionano però importanti dossier, cruciali per l’esistenza stessa dell’esecutivo, da quello sull’abolizione dell’Imu – bocciata dall’Europa e dall’Ocse e foriera di accese politiche – a quello sugli “esodati” e sul finanziamento della cassa integrazione; nodi da sciogliere che potrebbero presto spingere Saccomanni a mettere da parte l’iniziale verve ottimista per ripiegare su un più accorto pragmatismo.

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