Un Primo Maggio “depresso” a causa della disoccupazione giovanile e femminile, lo definisce Michele Magno, ex dirigente della Cgil e del Pci. Secondo Magno, le larghe intese servirebbero anche tra mondo sindacale ed imprenditoriale. Nella consapevolezza che questo Pd, così com’è, “è una maionese impazzita” e che servirà qualcosa di più seducente della “mobilitazione cognitiva” o dello “sperimentalismo democratico” proposto da Barca.

Il Nobel Krugman definisce l’Italia un caos: con quale spirito di celebra il Primo Maggio?

Uno spirito di depressione per la condizione economica del Paese e soprattutto per il flagello della disoccupazione giovanile e femminile; per i tanti problemi irrisolti che formano la questione sociale di cui ha parlato Letta nel suo discorso alle Camere. Nonostante le critiche della Fiom e di qualche settore della sinistra sindacale, ho apprezzato il fatto che in alcune città come Treviso il Primo Maggio viene celebrato assieme da sindacati e rappresentanti di Confindustria. Non c’è dubbio che per uscire dal tunnel in cui ci troviamo serva unire, non solo le forze della politica, ma anche quelle del lavoro in uno sforzo comune. Per affrontare il problema principale, che non è il debito pubblico ma la produttività calante da vent’anni a questa parte.

Crede che, come per la Confindustria, anche per il sindacato occorra rivedere ruolo e direttrice?

Finalmente si è messa da parte la vecchia ideologia concertativa dei patti centralizzati triangolari. Rendendosi conto che, invece, occorre un’unità di azione dei sindacati per aprire con il mondo imprenditoriale una strategia di produttività, che abbia il suo perno in accordi aziendali. E che mettano in moto le energie migliori del lavoro e dell’impresa, per detassare il più possibile gli incrementi di produttività. Quindi se industriali e sindacati comprendessero che serve farla finita con i patti centralizzati e valorizzare le risorse del lavoro nelle aziende, a quel punto si potrebbe aprire una nuova era.

Ma il governo appena nato non ha di fatto estromesso il versante sinistro (e sindacale) della politica italiana?

Beh, credo sia un po’ nelle cose. Una coalizione di questo genere non può che realizzare il taglio delle ali, in fondo è ciò che auspicava il tanto bistrattato Monti. Un governo di pacificazione nazionale ha questa vocazione. E ne abbiamo avuto una plastica raffigurazione proprio nel voto di fiducia.

Le sofferenze “sociali” italiane, come ha osservato su Formiche.net Sergio Cofferati, si sono aggravate proprio nell’esecutivo dei tecnici?

In loro nutrivo molte speranze. Devo riconoscere però che il bilancio di quell’esperienza è stato abbastanza disastroso perché, anche sul piano della messa in sicurezza dei conti pubblici, si sono commessi errori madornali che andranno riparati al più presto, penso alla vicenda dei cosiddetti esodati. Non dimentichiamo che quelle risorse hanno “mangiato” un terzo dei risparmi derivanti dalla riforma pensionistica. Per un governo tecnico questo è stato uno smacco non da poco.

Il Pd sembra stretto fra Barca, Renzi ed Epifani. L’ex leader della Cgil potrebbe, da traghettatore, diventare il nuovo comandante del partito?

Non credo a questa possibilità. Il Pd è un partito nato male, che subito è apparso come ha detto D’Alema un’amalgama mal riuscita. Rapidamente è diventato una maionese impazzita, ma non tanto perché è stata una fusione a freddo. Bensì perché è nato dall’idea giacobina di mettere assieme tutte le forze potenzialmente disponibili a lottare contro Berlusconi. Ma senza identità né ideologia, e intendo un’idea di Italia, senza riferirmi esclusivamente alla sfera dei valori, quanto alla capacità di analizzare cosa è questo paese. È mancato nel suo dna il radicamento sociale col mondo del lavoro, e ha sostituito la politologia all’analisi sociale. Il Pd oggi è una qualcosa che va rifondato. Trovo difficile che possano convivere i due azionisti di maggioranza. Gli ex Ds stanno scomparendo e non si potrà risolvere il problema ricorrendo a un reggente sindacalista ex socialista. La crisi è di ruolo e di fondo. Stimo molto Fabrizio Barca, ma non è parlando di mobilitazione cognitiva o di sperimentalismo democratico che si potrà rianimare un partito e il suo rapporto con gli elettori. Ci vorrà qualcosa di più semplice ma di più seducente.

twitter@FDepalo

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