è un vecchio dilemma, mai completamente risolto.

Da una parte ci sono quelli secondo cui comunicare è attività molto diversa dal fare lobbying. Altrimenti – dicono – si sarebbero chiamati nello stesso modo. Non fa una piega. Se li incalzi arrivano a concederti che tanto il comunicatore quanto il lobbista devono convincere, “vendere” un prodotto. In questo sono simili. Solo che, tornando alle differenze, il comunicatore vende a una platea piuttosto ampia. Il lobbista invece si rivolge a un soggetto preciso, l’istituzione (o le istituzioni, cambia poco) che ha il potere di decidere su quel prodotto.

Dalla parte opposta ci sono quelli che non si fanno tanti problemi : cercano nel lobbista un buon comunicatore, e nel comunicatore un bravo lobbista. Per cui non è raro imbattersi in organigrammi aziendali in cui le due aree si sovrappongono. Il primo esempio che mi viene in mente è quello di Comin, che per Enel fa entrambe le cose. Non a caso ha un passato da comunicatore e giornalista (ne parlo anche Qui).

Delle due interpretazioni è la seconda quella più quotata. Per tante ragioni. Probabilmente perché è difficile separare nettamente i compiti dell’uno (il lobbista) da quelli dell’altro (il comunicatore). E quindi piuttosto che rischiare lo scontro è meglio concentrarli nella stessa struttura (magari affidandoli a persone diverse, che però lavorano in team). Poi perché questa soluzione, a intuito, consente di risparmiare qualche soldo. E poi perché, tutto sommato, la scelta di puntare su figure trasversali è in linea con la soluzione (aberrante, a mio avviso) degli open space. Al di là della mia personale opinione negativa degli spazi lavorativi completamente aperti, la filosofia open space presuppone che tutti facciano un po’ tutto, o comunque condividano le stesse sfide, in un clima di condivisione. In questo senso un management trasversale è ideale per applicare questa filosofia.

I fatti sembrano confermare questa tendenza. Me ne vengono in mente due. Il 26 giugno, e cioè tra pochi giorni, a Roma si terrà la prima edizione del Forum Public Affairs. Ecco, se c’è una definizione che per antonomasia include il lobbista e il comunicatore quella è “Public Affairs”. Non a caso il claim dell’evento unisce i due concetti: “La comunicazione e le relazioni tra imprese e istituzioni nella sfida della trasparenza per la competitività“.

Comunicazione e poi relazioni. Ma, naturalmente, l’equazione vale anche per il verso opposto. Per esempio Prima comunicazione ci informa (Qui) del fatto che La Sec, società di comunicazione presieduta (e fondata) da Fiorenzo Tagliabue, ha acquisito il 60% di Cambre, società con sede a Bruxelles, specializzata nell’attività di lobbying e public affairs. Stando al comunicato stampa pubblicato dalla Sec il controllo di Cambre è il primo passo di un piano quinquennale di internazionalizzazione.

E del resto i comunicatori e i lobbisti fanno comunella anche quando si danno alla vita associativa.Tutti sanno che FERPI e ASSOREL non sono associazioni di lobbisti. Riuniscono semmai comunicatori ed esperti in public affairs. Sulla carta. In realtà c’è un universo variegato di professionisti che accede a queste associazioni e che non sempre e non necessariamente hanno a che fare con la comunicazione dura e pura. Ci sono anche lobbisti e nessuno si scandalizza della loro presenza. Fabio Bistoncini (lo “sporco lobbista“), per fare un esempio, di FERPI è stato vice Presidente per 5 anni (dal 2003 al 2007).

Beppe Facchetti, che di ASSOREL è Presidente, in una celebre intervista rilasciata al Sole24Ore nel 2009 lo diceva chiaramente: “non giriamoci intorno, il grosso della nostra attività sta nel coltivare relazioni, andare a cene e organizzare eventi”. E cos’è questo se non fare comunicazione e lobby?

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