Come spezzare la zavorra di professioni chiuse che corporativizzano non solo il mercato del lavoro ma l’intero sistema Italia? Da tempo sull’argomento è un fioccare di libri e pamphlet sull’esigenza di apertura e di cambiamento. E ad appannaggio di professioni che non possono restare un passo indietro rispetto alle mutevoli esigenze del mercato e a condizioni economiche che, piaccia o meno, sono cambiate. Già nel 2008 Sandro Mainardi e Andrea Carinci ne “Lavoro autonomo e riforma delle professioni” (Cedam) ragionavano sull’argomento partendo da una riflessione scientifica, a carattere interdisciplinare, su imprescindibili processi di trasformazione di un settore atavicamente caratterizzato da esigenze di organizzazione e riconoscimento di vecchie (e nuove figure) professionali. Giungendo alla conclusione che in virtù di due novità normative, come il decreto Bersani – Visco proprio di quell’anno, la fiscalità delle professioni veniva ridisegnata. Ma non altrettanto l’autonomia delle Casse private di categoria o il senso di ordini professionali che procedono più come carrozzoni che altro.

La tentata riforma
La recente decisione ad esempio di annullare l’albo dei mediatori creditizi, si traduce nel fatto che chi vorrà esercitare dovrà essere un agente di una Spa dotato di un capitale minimo da 120.000 euro. Il cliente potrà pagare direttamente alla Spa, che in un secondo momento provvederà a versare una fetta del compenso al mediatore. Con un deficit di liberalismo preoccupante. Ma gli ordini professionali coinvolti nel tentativo di riforma delle professioni (con la legge n. 137 del 2012) patiscono squilibri e deficienze strutturali. In quanto risulta complesso applicare la medesima riforma ad ambiti che invece necessiterebbero di interventi mirati. La querelle innescata dal dibattito attorno alla tariffa minima per gli avvocati è lì a dimostrarlo. Una proficua comparazione con ciò che accade in Francia, Germania e Gran Bretagna si ritrova nel quaderno “Storia delle professioni nell’Europa contemporanea” di Maria Malatesta (Biblioteca Einaudi), in cui l’approccio comparativo tra le singole professioni in differenti contesti nazionali permette di rilevare elementi di somiglianza e discontinuità. E di comprendere al meglio dove migliorare. Con un’interessante epilogo su quella vulgata apocalittica che vorrebbe ormai prossima la fine del ruolo civile delle professioni e il loro allineamento su valori mercantili. E con un confronto a specchio tra le cosiddette derive affaristiche e testimonianze di volontariato ancora presenti nel settore.

Essere o non essere?
Di qui il dilemma: liberalizzare o no il sistema delle professioni? Con quali benefici nell’immediato e nel medio-lungo periodo? Con quali conseguenze elettorali per quel politico che si assumerà l’onere di premere il bottone? Sono ancora fresche nell’immaginario collettivo le immagini dei taxi che bloccarono letteralmente Roma non appena sentirono odore di cambiamenti epocali. I primi tentativi di riforma si registrano dal DPR 5 giugno del 2001, mentre la riforma dello scorso anno (il decreto liberalizzazioni che però non ha liberalizzato abbastanza) sta tutta nell’esercizio dell’attività professionale all’art 9 e 9 bis che, per alcuni aspetti rimanda a norme e decreti ministeriali precedenti. Poco, pochissimo in quell’azione è stato fatto per rompere i monopoli in svariati settori che consenta lo sviluppo di associazioni di categoria di vario genere. Come intenso e stucchevole è il dibattito che ogni due per tre si apre sull’utilità dell’ordine dei giornalisti. Di cui si discute e dibatte per una settimana, per poi riporre il delicato e scivoloso tema nel cassetto.

Ricadute su consumatori e professionisti
Una riforma delle professioni, soggettiva e in chiave riformatrice, aiuterebbe in primis a non far gravare le difficoltà della congiuntura economica sia su professionisti che sui fruitori. E in secondo luogo rappresenterebbe un investimento per le professioni di domani, già oggi in crisi in quanto niente affatto pronte ai cambiamenti che il mercato gioco forza impone. Anche nel solco di un concetto che in Italia è sempre stato combattuto aspramente: la concorrenza. Basti pensare alla “guerra” subìta dal treno Italo (con banchine letteralmente rotte) che per primo ha inteso tentare la carta della concorrenza nel trasporto ferroviario.

Non solo professioni
Camere di Commercio, Consorzi Agrari, Siae: sono solo alcune delle entità in cui una riforma in chiave rivoluzionaria non è più procrastinabile, che si affianchi ad una mobilitazione anche ideologica per stemperare la struttura tipicamente monopolistica degli Ordini e dei Collegi professionali e delle relative Casse previdenziali.

Vademecum
Si potrebbe immaginare una road map che parta da standard minimi per l’esercizio delle professioni, controlli esterni ad opera di autorità indipendenti, obbligo di comunicazione al pubblico favorendo la trasparenza e la concorrenza, accesso alle Casse di previdenza con la possibilità di scelta tra diversi modelli senza alcun obbligo di iscrizione obbligatoria.

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