Trasparenza è un po’ come lobby. Un sacco vuoto che riempi come vuoi, e adatti alle circostanze e alle necessità del momento. Non c’è giorno che qualcuno, politico, amministratore pubblico o cittadino, non faccia un richiamo alla trasparenza, magari proprio contro le lobby. L’ultimo, caldo caldo, è l’OCSE, che oggi invita gli 8 potenti del mondo riuniti in Irlanda a sposare la “trasparenza globale” (nel fisco, leggi Qui).

Una differenza tra lobby e trasparenza però c’è. Ed è anche importante. La seconda, a differenza della prima, di norme che la riguardano ne ha in abbondanza. Anzi, ne ha che avanzano. E il sovraffollamento si traduce spesso in disapplicazione. Volete un esempio? Andate a vedere gli spazi “trasparenza, valutazione, merito” sui siti istituzionali delle amministrazioni. In teoria dovrebbero raccontare tutto quello che c’è da sapere su quella amministrazione. Chi fa cosa, come è arrivato a fare quella cosa, quanto guadagna, quanto è presente in ufficio, e via dicendo. In pratica, quando li trovate (perché prima dovete trovarli…) il più delle volte queste informazioni ce le hanno sparpagliate a spizzichi e bocconi, oppure in forma aggregata (sapere quanto ha speso un ufficio in 12 mesi non è la stessa cosa di sapere quanto di quella cifra è stato usato in determinati periodi di tempo, e con quali oscillazioni). A volte non troverete proprio nulla.

C’è addirittura un sito – la bussola della trasparenza – che volle Brunetta da ministro, e che illustra con faccine verdi e sorridenti, o rosse e sconsolate, quanto sono trasparenti i portali web delle Pa. Per moltissime è una desolazione di faccette rosse.

Ora il punto è che se le amministrazioni – e cioè i decisori pubblici – sono così pasticcione nel tentativo di rendersi trasparenti, trasmettere questa idea alle lobby diventa complicato. Prendete il caso della precisissima Svizzera. Banche a parte, il buon funzionamento delle istituzioni è sempre stato un fiore all’occhiello del Paese della cioccolata e degli orologi. Eppure anche loro recentemente si sono resi conto che cambiare le regole di accesso al Palazzo, e farlo nel nome della trasparenza, non è così facile. I deputati svizzeri sono autorizzati a offrire due permessi a persone di loro scelta. Non devono dare conto praticamente a nessuno. La novità – appunto in nome della trasparenza – sarebbe un sistema di accreditamento per i lobbisti. Si ma quale accreditamento? E’ su questo punto che battono i critici, non senza ragioni, invocando la confusione dei visitatori in Parlamento (per approfondire leggi Qui).

Non restano che le soluzioni eclatanti. Non risolvono nulla. Però sono simpatiche e, di solito, guadagnano con facilità l’onore delle cronache.  Per esempio il portale web “I paid a bribe” attraverso il quale i cittadini indiani possono raccontare, coperti da anonimato, gli episodi di corruzione cui hanno assistito. In cambio ricevono l’impegno degli attivisti che hanno lanciato l’iniziativa a investigare sul caso e, se esistono prove a sufficienza, a fare pressione sulle autorità competenti affinché adottino le opportune contro-misure.

Oppure, rimanendo nella stessa area geografica, la geniale idea che 2 anni fa ebbe il Governatore dello Stato indiano di Kerala. Fece installare una webcam nel suo ufficio per mostrare a tutti la sua attività quotidiana, compresi gli incontri con i rappresentanti istituzionali e delle imprese. Un precursore del grillismo.

Ah, a proposito di grillismo, anche i nostri hanno sfornato la soluzione al caso. Ieri durante la concitata riunione (non trasmessa in streaming) del Movimento a 5 stelle un senatore si è alzato proclamando fieramente “Siamo l’unica lobby che accetta lo streaming delle sue opinioni quando deve regolare le proprie vicende interne“.

Eccola la soluzione eclatante alla trasparenza delle lobby: costringiamole allo streaming!

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