Come sta in salute l’Università italiana? Dalla proposta del “3+2” della ministra Moratti, passando per la contestata riforma Gelmini, dal crescente numero di sedi (criticità pari a quelle delle sedi giudiziarie per costi conseguenti) alla modalità di spesa dei fondi.

Ecco un’analisi sulle deficienze strutturali del sistema degli atenei, con i rilievi tecnici di docenti universitari: l’ex senatore del Pdl Giuseppe Valditara, titolare all’Università di Torino della cattedra di Diritto privato romano e Diritto pubblico romano e il prof. Stelio Campanale, docente di scambi internazionali alla LUM di Bari.

L’Abc

Eliminare il valore legale del titolo di studio, consentire l’ingresso in facoltà un anno prima agli studenti, liberalizzando i curricula, ridurre l’istruzione professionale a quattro anni: su questi quattro punti la stragrande maggioranza dei commentatori, converge. Ma nello specifico?

I primi passi del ministro Carrozza

“L’attuale ministro Carrozza – riflette Valditara – era stato tra quelli che avevano supportato la riforma Gelmini, condividendone le linee generali. Ragion per cui ritengo positiva la prima mossa dell’attuale responsabile del Miur di riportare al 50% il recupero delle somme derivanti dal turn over. Va detto che era già previsto per il 2015, con il ritorno nel 2016 al 100%. Sarebbe importante, in questo senso, anticipare di un anno il recupero dell’intero 100%”. L’obiettivo quindi secondo l’ex senatore lombardo è di migliorare l’applicazione stessa della riforma Gelmini, rendendo sempre più meritocratica la distribuzione agli atenei delle risorse, ovvero sulla base dei risultati effettivamente ottenuti dalle singole università.

Fondi

“Bisogna avere il coraggio di predisporre uno stanziamento consistente per investire in ricerca e competitività, contrariamente il Paese non avrebbe oggettiva possibilità di crescita. A mio avviso bisognerebbe liberalizzare lo stato giuridico dei docenti universitari, con alcuni vincoli nazionali: siano poi le università a determinarlo, proprio perché se vogliamo dare più risorse agli atenei protagonisti di risultati di qualità, allora dovrebbe essere possibile consentire alle stesse università di modellare lo stato giuridico sulla base delle proprie esigenze”. Inoltre non ha senso applicare l’Imu e l’Irap alle università, sottolinea Valditara, in quanto sono delle semplici “partite di giro che per i bilanci delle Università pesano moltissimo”.

Autonomia
Indispensabile un’autonomia nelle procedure, aggiunge, perché sulla base di vincoli di natura regolamentare, si creano blocchi che impediscono agli atenei di essere snelli e quindi competitivi. “Penso ai vincoli sulle spese per le missioni: la gente ritiene che i docenti che vanno in giro per congressi esteri siano dei furbetti o dei lavativi. É esattamente il contrario, in quanto quella professione vive di contatti, di dialogo fecondo e di collegamenti internazionali. Inoltre il fondo per il merito che ho fortemente voluto nella riforma Gelmini deve essere certamente rimpinguato, dal momento che è necessario poter pagare di più i docenti più bravi, in grado di ottenere i risultati migliori”.

Maturità

Un discorso di carattere più generale poi impone che si “elimini quell’assurda norma che attribuisce un certo punteggio agli studenti che hanno superato gli esami di maturità ai fini dell’iscrizione universitaria. Innanzitutto penso che il sistema degli esami di maturità così come è oggi costi troppo e non serva a nulla. L’unico criterio valido credo sia una prova oggettiva e uguale a livello nazionale, che misuri le competenze degli studenti, corretta da macchine e non da uomini: in questo modo si eviterebbero discriminazioni tra scuole, città e regioni”. Il sistema “cervellotico” in vigore oggi, quindi, rischia solo di danneggiare il singolo studente. “Sono dell’idea che lo studente debba entrare più precocemente all’interno dell’Università, ormai la maggior parte dei Paesi si orienta sui dodici anni di curriculum complessivo, per cui non si comprende perché l’Italia debba voler restare ferma a tutti costi ai tredici anni. Gli altri ottengono risultati eccellenti, mentre noi non spicchiamo per pari brillantezza”.

Formazione professionale e scuola non statale 

Occorre riprendere il modello del doppio canale, con 4 anni di percorso formativo, e lo sviluppo di un sistema di istruzione professionale superiore parallelo a quello universitario, sul modello tedesco.

Sarebbe importante consentire libertà dei curricula, conclude Valditara, in modo da sviluppare una sana concorrenza tra sistema non statatele statale. Con delle verifiche serie sui risultati formativi.

Vincolo di scopo per finanziamenti

E nel privato cosa accade? Secondo il prof. Stelio Campanale, docente di scambi internazionali alla LUM di Bari, sarebbe necessario un “vincolo di scopo” riguardo i finanziamenti. Ovvero impiegarli così come negli atenei privati si fa, per migliorare i servizi degli studenti e non lasciandoli alla disponibilità discrezionale. Un’altra riforma che andrebbe messa in cantiere, riguarda la “redistribuzione delle sedi universitarie”, dal momento che un numero così elevato di sedi si traduce in un moltiplicatore di costi per materiale didattico, infrastrutture e stipendi del personale. “E’ come quando in una regione come la Puglia ci si interroga sull’utilità effettiva di ben quattro aeroporti: uno sproposito, dal momento che bisogna mettere in preventivo quattro aerostazioni operative, quattro impianti di sicurezza e via dicendo”.

twitter@FDepalo

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