La rissosa politica italiana è capace, talvolta, anche di grandi gesti di maturità. Come nel caso di Franco Frattini, un nome che pare mettere tutti d’accordo nell’ottica di un più largo interesse nazionale.

L’ex ministro degli Esteri è per ora l’unico candidato ufficiale alla segreteria generale della Nato e il governo italiano e i partiti che lo compongono, in modo assolutamente trasversale, puntano su di lui per la successione al danese Anders Fogh Rasmussen. E Frattini – uomo di centrodestra – ha ricambiato la fiducia, non candidandosi per un posto in Parlamento e tenendosi in modo accorto lontano dalla contesa politica, fanno notare ambienti governativi

Proprio ieri il ministro della Difesa Mario Mauro, rispondendo ad una domanda dei cronisti nel corso di un incontro con il segretario della Nato, ha ribadito che il governo italiano continuerà a sostenere la candidatura dell’ex ministro degli Esteri, così come l’appoggiano l’ex presidente del Consiglio Mario Monti e quello attuale, Enrico Letta.

Ma, sul fronte interno, il vero valore aggiunto per Franco Frattini pare essere il sostegno incondizionato che ripone in lui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Indiscrezioni assicurano che la missione che il capo dello Stato fece a Washington poco prima della fine del suo primo mandato, avesse come vero scopo quello di assicurarsi che il presidente Barack Obama e gli Stati Uniti convergessero sul nome dell’ex ministro degli Esteri.

Perché la candidatura di Frattini, come tutte le decisioni che riguardano l’Alleanza, non è solo un affare italiano e riscuote decisivi consensi anche oltre Atlantico.

Come l’endorsement, per ora indiretto, del segretario di Stato John Kerry, che poco prima delle scorse elezioni politiche in Italia organizzò una colazione di lavoro a Roma a Villa Taverna con l’allora ambasciatore David Thorne, ora suo collaboratore nella capitale Usa.

Tra gli invitati, quasi tutti del Pd in considerazione dell’atteso risultato della tornata, figuravano molti degli allora papabili a ricoprire incarichi di rilievo nell’immediato futuro: da Giuliano Amato e Romano Prodi, in odore di succedere a Napolitano, a Pierluigi Bersani, ipotetico premier e Massimo D’Alema, quotato come probabile ministro degli Esteri; venne invitato e vi prese parte anche Franco Frattini. Un gesto simbolico e per nulla casuale per la sempre attenta diplomazia Usa.

A incidere in modo decisivo sul positivo accoglimento del nome dell’ex titolare della Farnesina saranno in primo luogo le solide relazioni tra i due Paesi. Nessuno poi può obiettare sull’indiscussa fedeltà atlantica dell’Italia e sul suo contributo all’Alleanza sia nel coinvolgimento nelle missioni sia sul piano economico.
L’Italia é il quinto contributore al budget della Nato, dopo Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia. Ha una capacità di proiezione delle forze in grado di dispiegare sino a più di 6 mila uomini e donne in operazioni di gestione delle crisi all’estero, dei quali più di 4 mila sono oggi in Afghanistan, che fanno dell’Italia il secondo paese contributore a questa missione di mantenimento della pace.
Un’adesione spesso non eguagliata in termini di rappresentanza; sono più di 41 anni che il nostro Paese non ha un segretario generale della Nato, l’ultimo fu Manlio Brosio dal 1964 al 1971.

Ma anche i tanti dossier aperti tra Usa e Italia – sistema satellitare Muos e caccia F-35 su tutti – che farebbero di Frattini un nome di garanzia, ma anche di equilibrio, secondo gli addetti ai lavori. Oltre al peso non secondario che avrebbero gli ultimi fatti di cronaca, come la fuga da Panama verso gli Usa di Robert Seldon Lady, l’ex capocentro della Cia a Milano, condannato a 9 anni di reclusione, per il sequestro dell’ex imam Abu Omar nel 2003, per il quale l’Italia aveva intenzione di chiedere l’estradizione.

Sempre in relazione allo stesso caso, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha recentemente concesso la grazia al colonnello statunitense Joseph Romano, che era stato condannato dalla Corte d’Appello meneghina. Tutti questi ed altri episodi rappresentano una linea di credito aperta, che l’Italia potrebbe efficacemente sfruttare al momento giusto.

Così come non sono casuali le parole dell’attuale segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, il cui mandato, prorogato di un anno, scadrà a luglio del 2014. Interrogato dai giornalisti al termine dei tre incontri bilaterali con il ministro degli Esteri Emma Bonino, con il premier Enrico Letta e ieri con il ministro della Difesa Mario Mauro, Rasmussen ha mostrato cautela, dicendo che “è davvero troppo presto” per parlare del suo successore. Ma ha aggiunto che conosce “Franco Frattini molto bene“. “Abbiamo lavorato insieme per molti anni“, ha aggiunto: “è un politico molto competente”.

Parole misurate, ma che nel linguaggio della politica rappresentano ben più di un attestato di stima.

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