Caro Letta,

lei è il migliore dei presidenti del Consiglio oggi possibile per l’Italia. Ha moltissimi pregi ma essendo già numerosi i suoi estimatori che non vale qui la pena elencare l’elenco delle apprezzate virtù. Ha in cambio un difetto, almeno tale appare ai nostri occhi: ama il politicamente corretto, l’euroretorica più consumata. Lei ha lavorato al fianco di una personalità di grande spessore come Beniamino Andreatta e molte sue idee fanno naturalmente parte del suo Dna. Il guaio è che dai tempi del fondatore dell’Arel ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti ed alcune ricette che in passato sembravano vincenti non è detto che lo siano a tutt’oggi. Lei, caro presidente del Consiglio, è tornato – da Atene!! – a parlare di un grande e non meglio precisato piano di privatizzazioni.

Francamente, per la stima grande che le tributiamo, ci sembra tutto tranne che una buona idea. Negli ultimi anni la necessità di portare fuori dal perimetro dello Stato alcune attività economiche ha consentito la trasformazione e l’irrobustimento di quello che oggi è uno dei principali pilastri per la crescita italiana: Cassa Depositi e Prestiti. È stato forse il capolavoro più riuscito dell’ex ministro Tremonti, definito per questo “Colbertista”. Grazie ad un presidente dalla solida cultura di uno statalismo efficiente ma forte come quello francese, la Cdp è divenuta un soggetto molto diverso ma anche molto più rilevante dell’Iri. Franco Bassanini ed i suoi uomini, compreso gli Ad che si sono succeduti (Gorno Tempini ha da poco ottenuto una meritata conferma), sono oggi alla guida di un polo molto articolato di partecipazioni e sono un pezzo decisivo della politica industriale italiana. Oggi nelle mani dello Stato, oltre a Poste, Ferrovie e Rai, sono rimasti gli ultimi preziosi: Eni, Enel e Finmeccanica. Queste tre realtà sono non solo strategiche ma persino essenziali per la nostra economia. Autentici gioielli come Ansaldo Sts e, soprattutto, Saipem fanno gola a tanti competitor. Questi gruppi avrebbero oggi necessità di un più forte e convinto sostegno del governo, sia in termini finanziari che di prospettiva industriale e alleanza internazionale. Una loro liquidazione – oltre a non facilmente superabili ostacoli rispetto ai principi, fissati dalla legge, di sicurezza nazionale – farebbe entrare nelle casse dell’erario pochi denari rispetto quelli che servirebbero per un robusto taglio del debito pubblico ma determinerebbe un danno di proporzioni incalcolabili al nostro Pil.

Certo, ci sono una miriade di utilities degli enti locali o piccole grandi società di ministeri ed enti pubblici. Qui avrebbe senso intervenire, e anche pesantemente. Senza illudersi però di trarre miracolosi benefici nel breve periodo.

Insomma, nell’Italia del 2013 non ci sono grandi e salvifici piani da proporre ai mercati o ai cittadini (entrambi scettici e poco fiduciosi): c’è invece tanto lavoro da fare, di lunga lena. Lei, caro Letta, e i suoi ministri avete tutte le qualità per riuscire nell’intento.

Con un’unica raccomandazione: siccome già in tanti mettono tante trappole sulla strada del governo, non ha senso aggiungerne di nuove. Meno appelli per fantomatiche privatizzazioni e più concentrazione sulla politica industriale, please. Sarà meno sexy rispetto all’appeal dell’euroretorica ma di certo più efficace per il nostro interesse nazionale.

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