Gran pasticcio ieri al governo. Sembrava fatta sulle lobby. Champagne in fresco e standing ovation già pronta…e invece? Niente di fatto. La palla (ma verrebbe da dire “il cerino”) passa al Ministro Moavero per una ricognizione della normativa europea con lo scopo “di capire” – parole del Presidente in conferenza stampa – “come si regolano gli altri Paesi europei, per trovare un punto di convergenza”.

Palle. Ti pare che chi ha lavorato ai testi non conosce bene e non ha citato le norme europee ed extra-europee? In almeno il 90% degli interventi accademici e politici sul tema si cita sempre il caso americano e quello europeo. Ci sono decine di libri e articoli sull’argomento. Per non parlare di ricerche (anche molto recenti, guarda Qui) che spiegano in modo dettagliato i pro e i contro delle leggi sulle lobbies in Europa.

Fortuna (per la trasparenza) che 5 minuti dopo la fine del Consiglio si conoscevano già bene le vere ragioni del ritardo. Ce ne sono due in particolare. La prima è emersa durante il Consiglio dei Ministri e riguarda due punti controversi: quello sulle donazioni ai partiti e quello sull’obbligo di rendicontazione da parte dei Ministri delle persone che hanno incontrato. Il merito di aver svelato per prima la notizia va all’agenzia public policy, che parla di “bomba” deflagrata in Cdm. Leggete qui:

L’abolizione completa delle 
donazioni ai politici per la campagna elettorale, e la 
trasparenza totale, mediante pubblicazione dei nominativi, 
su chi, lobbista iscritto all’albo, fa “erogazioni liberali” 
ai partiti politici. Sono questi, a quanto si apprende, i 
due punti della bozza di ddl per la regolamentazione delle 
lobby che avrebbero provocato la decisione da parte del 
Consiglio dei ministri di rinviare il provvedimento. 

Una vera ‘bomba’ arrivata inaspettatamente nella riunione 
dell’Esecutivo – secondo quanto si apprende, solo alcuni 
ministri avevano il testo – e che dopo le perplessità 
iniziali avrebbe indotto, quasi all’unanimità, i membri del 
governo a scegliere, per ora, di non proseguire. 

I ministri si sarebbero già divisi su un primo punto 
problematico: l’obbligo per i “decisori pubblici” (ad 
esempio politici membri del Governo o parlamentari, o 
rappresentanti degli enti locali) di relazionare annualmente 
sugli incontri avuti con i lobbisti. (…) Ma il nodo principale che ha portato ad accantonare il 
testo è stato l’articolo 10 della bozza, che stabilisce “il 
divieto di offrire al decisore pubblico qualsiasi tipo di 
compenso o altra utilità, ovvero regali anche d’uso, di 
valore superiore a 150 euro annui“. (…) In sostanza, se applicata, questa norma vieterebbe agli 
iscritti nell’elenco dei lobbisti la possibilità di regalare 
qualsiasi tipo di “utilità” ai politici, tra cui biglietti 
aerei, biglietti per partite e altro, superiori a 150 euro, 
e rendere pubblici quelli inferiori. 

Ma soprattutto porrebbe fine alla possibilità, per i 
politici, di ricevere donazioni individuali per la campagnaelettorale (…)”.

La bomba sarà anche scoppiata in Consiglio. Ma era stata innescata da prima, durante il Pre-Consiglio (Qui un commento). Durante la riunione che ha preceduto il CdM, infatti, al testo prodotto dal segretario generale della Presidenza, se n’è aggiunto un secondo, che non tutti si aspettavano. Prodotto dallo staff di Quagliariello (che, vale la pena ricordare, è un esperto in materia, avendoci lavorato a lungo con la sua fondazione, la Magna Carta. Non a caso è lui l’artefice della menzione alle lobbies nel rapporto dei saggi presentato a Napolitano qualche mese fa) il testo contiene divergenze importanti rispetto all’altro. Due su tutte: parla di Albo (l’ennesimo albo professionale? Aiuto!) e affida all’Antitrust, e non alla Civit, il ruolo di controllore del traffico.

Non solo. Sempre durante il Preconsiglio, e poi durante il Cdm, dal versante Rapporti con il Parlamento è emersa un’altra obiezione: ossia l’esclusione del Parlamento dall’elenco delle istituzioni interessate dal ddl. La ragione è sacrosanta: l’autodichia di Camera e Senato. Il risultato pessimo: una norma monca che esclude il 50% della vita istituzionale dalle regole per le lobby. Mi ricorda quello che successe ai tempi del governo Monti, quando si trattò di fare i tagli alla “casta”. Si andò giù duro su stipendi dei manager pubblici e benefit dei funzionari delle PA. A Camera e Senato arrivò solo un invito (poi accolto, ma in modo blando) a darsi una regolata da sole.

Aggiungo che i testi, divenuti di dominio pubblico molto rapidamente, già prima del Cdm, in più di un passaggio affrontano con leggerezza punti cruciali. Di alcuni ho detto, di altri avrò modo di parlare ancora. Qui mi limito a citare la norma repressiva nei confronti dei falliti (impossibilitati a iscriversi all’albo per 5 anni dopo la sentenza, un’enormità); quella, altrettanto repressiva, sui giornalisti (anch’essi bloccati da paletti burocratici privi di senso) e, soprattutto, quella, poco chiara, sulla natura da dare al registro: obbligatorio? facoltativo? Albo?

Pare si vada a dopo l’estate. Stiamo a vedere. Se son lobby certamente sfioriranno.

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