La pubblicazione del Regional Competitiveness Index 2013 (RCI 2013) ha destato interesse soprattutto perché ha retrocesso la Lombardia, la nostra Regione leader, a un anonimo 128o posto su 262. Un posizionamento incolore, per intenderci tra la Regione di Lisbona e l’Alta Normandia, che ha provocato un immediato scambio di accuse tra l’attuale Governatore e il precedente Primo Ministro. Salvo poi appurare che gran parte dei dati sui quali si basa l’indice 2013 non vanno oltre il 2010 (quando al Governo c’era Maroni, ormai da un paio di anni, dopo i 5 del quinquennio 2001-2006, e il Prof. Monti si occupava di tutt’altro).

Il lag temporale è senz’altro un limite grave del Rapporto (e di Eurostat, la principale fonte statistica utilizzata, che spesso e volentieri presenta dati tutt’altro che aggiornati, forse un peccato veniale nel passato, ai tempi della crisi più lunga della storia recente europea una colpa decisamente grave). Non si tratta peraltro del solo limite e forse neppure del principale, perché come per ogni indice ci sono almeno due passaggi che fatalmente distorcono il risultato finale: la scelta delle variabili da considerare e quella di come aggregarle (ossia, quali pesi utilizzare per ciascuna di esse). Detto questo, lo sforzo effettuato dagli autori dello studio (e di quello del 2010, di cui questo rappresenta una seconda e rinnovata edizione) per minimizzare le possibili distorsioni è stato notevole. Sono stati selezionati ben 80 potenziali indicatori e alla fine ne sono stati effettivamente utilizzati 73. Dunque, nessun giudizio affrettato e sommario. Le aree tematiche di riferimento appaiono piuttosto complete, dalle istituzioni alle infrastrutture, dall’educazione alla salute, dal mercato del lavoro all’innovazione. Su alcune le Regioni italiane si comportano discretamente (ad esempio, negli indicatori relativi alla salute dove sono tutte comprese nei primi quaranta percentili), in altre alcune Regioni non sfigurano affatto (es. un po’ a sorpresa le infrastrutture dove la Lombardia è al 44o posto,e meno a sorpresa nella dimensione del mercato, con Lombardia al 29o posto, e grado di sofisticazione del sistema economico, con Lazio al 22o posto). Purtroppo però in molta altre aree facciamo male e spesso e volentieri senza troppe distinzioni regionali (a volte anche perché gli indicatori rimandano a variabili di livello nazionale). In particolare, siamo relegati al fondo della classifica nelle variabili istituzionali (es. corruzione, efficienza del sistema giudiziario, qualità della regolazione, protezione della proprietà intellettuale, ecc.) e macroeconomiche, nell’educazione, nel grado di preparazione tecnologica di famiglie e imprese e nella capacità di innovazione. Non sono certo risultati nuovi, sui quali ignoravamo le debolezze del nostro sistema. Ma come al solito le classifiche, attraverso il confronto, rendono brutale e diretto ciò che altrimenti rimarrebbe più sfumato e impalpabile. E, senza reputarle un oracolo di origine divina, possono dare messaggi utili.

Due appaiono in particolari i profili sui quali riflettere.

In primo luogo, ancor più del risultato puntuale (che peraltro è una fotografia di una realtà già superata, purtroppo in peggio per l’Italia) appare preoccupante il trend. Se paragoniamo i risultati del RCI 2013 con quelli del RCI 2010 (in base agli indicatori che risultano effettivamente confrontabili), le uniche Regioni italiane a migliorare la propria posizione in classifica o a rimanere stabili sono Valle d’Aosta, Liguria, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Molise, Basilicata e Sardegna. In altri termini, le Regioni dove vivono la stragrande maggioranza degli italiani scivolano all’indietro. In alcuni casi di diverse decine di posti in soli 3 anni  (43 passi indietro nel caso della Lombardia, 30 per la Sicilia, 29 per la Puglia, 28 per l’Emilia Romagna, 26 per la Campania, 20 per il Veneto, tanto per citare i peggiori performer relativi). Non è un caso se l’Italia, che era in media sedicesima nel 2010, diventa diciottesima nel 2013.

Se non si ferma questo declino, per tutte le Regioni italiane e le città al loro interno (nessuna esclusa) si materializzerà sempre di più lo spettro evocato da Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, nel suo recente libro “La nuova geografia del lavoro”. La grande divergenza che viene descritta, sulla base di dati piuttosto incontrovertibili, tra città innovative e non, già in atto da almeno un decennio negli USA, avverrà anche in Europa, dove oggi è frenata da un’economia meno tech-based e da confini linguistici e culturali che diventeranno sempre più labili.

D’altronde, è vero, come afferma oggi sul Sole 24 Ore Marco Fortis, che il PIL, certamente un indicatore meno completo ma anche più oggettivo, presenta una classifica differente da quella del RCI. Ma se guardiamo al trend, dobbiamo ricavarne più o meno le stesse conclusioni. Rispetto a un PIL medio pro-capite delle Regioni UE pari a 100, la Lombardia si collocava nel 2000 al 15o posto con 154. Una buona performance, anche se non strabiliante, visto che era esattamente lo stesso livello raggiunto dal North Eastern Scotland, non proprio una Regione trainante dell’economia europea. Ebbene, nel 2010 (ultimo dato disponibile di Eurostat) la Lombardia scende al 29o posto con 132. Tanto per fare un esempio, l’Île-de-France, la Regione di Parigi alla quale Fortis paragona la Lombardia, rimane nello stesso periodo a 180. Ma qui stiamo parlando di vecchia aristocrazia, che conserva più o meno bene l’argenteria ereditata dalle generazioni precedenti. Nello stesso decennio, possiamo osservare gli exploit di Regioni come Bratislava e Praga (la prima passa da 109 a 176, la seconda da 139 a 172). Si obietterà che queste aree geografiche non sono confrontabili dal punto di vista industriale con la Lombardia. Ma qui rischiamo di cadere ancora dall’oggettività alla soggettività. E’ sempre il libro di Moretti a spiegare bene la questione con un esempio: se un americano compra online un i-Phone, l’unico lavoratore statunitense a mettere le mani sull’oggetto o su parti di esso prima che sia consegnato è il delivery man. La manifattura italiana è giustamente un orgoglio nazionale. Ma guai a peccare in eccessivo romanticismo. Occorre invece puntare tutto sull’innovazione, nell’industria e nei servizi, se vogliamo continuare ad esercitare un ruolo importante nel mondo. E’ quello il fattore che davvero conta e sul quale, con gradi lievemente differenti in tutte le Regioni d’Italia, siamo messi decisamente male secondo i dati del RCI 2013.

Il secondo profilo di attenzione riguarda i vagoni di coda del treno italiano sempre più arrancante, cioè il Mezzogiorno, questione ormai da tempo uscita da un’agenda politica che quando non sa come risolvere i problemi preferisce rimuoverli. Negli stessi giorni in cui usciva il RCI 2013, veniva annunciata l’allocazione provvisoria dei fondi UE per lo sviluppo e la coesione tra gli Stati membri nel periodo 2014-2020. Nonostante il budget totale rispetto al periodo precedente sia diminuito di poco più di 25 miliardi di euro in termini nominali e al tavolo siede un Paese in più (la Croazia, alla quale dovrebbero andare 8 miliardi di euro), l’Italia registra un piccolo incremento (da 28,8 a 29,2 miliardi di euro), che le fa scavalcare di slancio la Spagna (che da ben 35,2 miliardi di euro, scenderebbe a 25 miliardi). Si potrebbe ritenere un ottimo risultato, frutto di un buon negoziato. Forse sì. Ma certamente, se siamo solo 1 dei 6 Paesi ai quali viene garantito un upgrade (almeno in termini nominali), i motivi di fondo sono più spiacevoli. E’ sempre il RCI 2013 a dirci che abbiamo ben 7 Regioni tra le ultime 50 in Europa. Tutto questo, senza che non solo nelle Regioni obiettivo convergenza si registrasse un qualche miglioramento, nonostante la pioggia (teorica) di finanziamenti, ma addirittura in presenza di un generalizzato e marcato peggioramento. Che è evidente anche nell’andamento del PIL. Se nel 2000 erano 4 le Regioni sotto il 75% del prodotto pro capite medio europeo (appunto le 4 Regioni obiettivo convergenza, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), a queste nel 2010 si deve aggiungere la Basilicata, mentre Molise e Sardegna sono state risucchiate a un passo dal valore soglia. Tra l’altro, è da notare che l’Italia, che nel 2010 era ancora di un soffio sopra la media UE (101), nel 2012 scende a 99. Non è dunque da escludere che, aggiornando i dati, vengano fuori altre spiacevoli sorprese.

Nei giorni scorsi, il Consiglio dei Ministri ha approvato la costituzione entro i primi mesi del 2014 dell’Agenzia per la coesione e lo sviluppo, che dovrà monitorare, supportare e nei casi più gravi intervenire direttamente nella gestione dei fondi europei. Si tratta di risorse che sommate ai fondi nazionali compongono una torta di circa 100 miliardi di euro da spendere in 7 anni. Ci auguriamo soltanto che, anche grazie all’Agenzia, l’utilizzo del denaro dei contribuenti italiani ed europei sia d’ora in avanti più efficiente. In un rapporto di un gruppo di esperti indipendenti della Commissione europea dell’agosto 2013, si nota come degli oltre 238 mila posti di lavoro che avrebbero dovuto generare i programmi finanziati dai fondi UE nel nostro Paese, alla fine del 2011 se ne fossero materializzati solo poco più di 12 mila (contro i 55 mila del Regno Unito, i 37 mila della Germania e i 28 mila della Francia, che hanno ricevuto risorse decisamente inferiori alle nostre). A giudicare dall’ostruzionismo delle Regioni rispetto ai compiti dell’Agenzia, c’è da essere poco ottimisti. Per questo, però, lavori come il Regional Competitiveness Index della Commissione europea sono particolarmente utili. Sempre che facciano riflettere seriamente sul merito dei problemi, senza dare inutile fiato alle sterili trombe della polemica politica.

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