Il vertice del Partito Democratico ritira le proposte di nuove regole per l’elezione del segretario e l’Assemblea nazionale si risolve in un nulla di fatto.

La Commissione incaricata di redigere le regole e fissare i tempi per il Congresso e l’elezione del futuro leader del Partito democratico ha deciso di ritirare le proposte di modifica dello Statuto che nella giornata di ieri sembravano destinate a una sicura approvazione. L’unico dato certo è che l’8 dicembre rimane il giorno della consultazione.

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Le modifiche, sospese, delle regole per il Congresso

Gli emendamenti messi a punto dall’organismo interno al Pd al termine di un’estenuante riunione notturna con l’80 per cento dei consensi avrebbero fatto venir meno l’identificazione naturale tra la figura del segretario e del candidato premier, avrebbe allargato ad altri rappresentanti del Nazareno la facoltà di competere per la corsa a Palazzo Chigi, avrebbe fissato nuove modalità per la celebrazione delle primarie. Era prevista una prima fase di voto sulle candidature a leader da parte degli iscritti, preceduta a sua volta da congressi di circoli e territoriali. Selezione preventiva che avrebbe ammesso all’elezione vera e propria le tre personalità con il maggior numero dei suffragi. Le cui candidature avrebbero dovuto essere presentate entro l’11 ottobre e godere del supporto di un’unica lista.

Più nebulosa la definizione della platea che avrebbe dovuto legittimare la nuova guida del Pd. Si stabiliva un voto “aperto a tutti i cittadini italiani o residenti in Italia che si riconoscano nella proposta politica del Pd, vogliano appoggiarlo alle elezioni, accettino la registrazione nell’Albo pubblico dei suoi elettori, possano iscriversi al partito anche nel momento delle primarie”. Veniva raccomandato infine un netto contenimento dei costi e del ricorso ai mezzi di propaganda oltre che la parità di accesso di tutti gli sfidanti a spazi di informazione e strutture del partito.

Contrapposizioni e dissensi sul percorso verso le primarie

Già in seno alla Commissione erano emerse divaricazioni significative e trasversali sulle nuove regole congressuali. Roberto Morassut, vicino a Walter Veltroni, aveva espresso un giudizio fortemente critico verso la separazione tra segretario e candidato premier introdotta da Roberto Gualtieri, parlamentare europeo più legato a Pier Luigi Bersani. E un’analoga valutazione era stata espressa da Rosy Bindi che aveva preannunciato il suo voto contrario. Le manifestazioni di ostilità nei confronti di una proposta che risentiva dell’impronta dei vertici degli ex Democratici di sinistra e degli ex Popolari sono aumentate nel corso delle ore prefigurando il rischio di una spaccatura plateale da parte della stessa Assemblea e di una clamorosa sconfessione delle scelte assunte dai vertici del Nazareno.

Consapevole della certezza di non poter raggiungere i due terzi di adesioni necessarie per approvare le proposte di emendamento, lo Stato maggiore del partito ha dunque optato per la strada del rinvio. Attribuendo a un Regolamento che dovrà essere approvato dalla Direzione nazionale prevista il 27 settembre la fissazione delle regole e del percorso che porterà all’elezione del nuovo segretario. Ma la decisione, che sottrae alle prerogative dell’Assemblea la facoltà di cambiare la “Costituzione interna” del Pd, presenta problemi di legittimità statutaria, come mette in rilievo il liberal Enrico Morando, intenzionato a “ricorrere alla magistratura nell’eventualità di un simile strappo alla legalità”.

Il primo confronto fra i candidati alla segreteria 

Se nel terreno delle procedure e delle regole regna uno stallo dai risvolti laceranti, le assise hanno rappresentato l’occasione e lo scenario per il primo confronto pubblico tra gli aspiranti leader del Partito democratico.

Gianni Cuperlo torna a rilanciare l’idea-forza della sua campagna: “A noi, principale forza della sinistra italiana senza la quale non vi è prospettiva di cambiamento, spetta il compito di immaginare la nuova società ed economia fondate sulla dignità della persona e su una rinnovata democrazia, ora che quelle promosse dalla destra sono fallite con la crisi. E il nostro congresso dovrà parlare a tutti, anche ai poveri, che sono tanti da far paura e che non fanno più scandalo”. Ma per farlo, rimarca il candidato appoggiato da Bersani, Franco Marini, Anna Finocchiaro, Massimo D’Alema, è fondamentale superare l’automatismo segretario-candidato premier: “Perché il migliore di tutti noi da solo non ce la fa, il governo da solo non ce la fa, le istituzioni da sole non bastano”.

Parole che, proiettate in un orizzonte europeo, rivelano profonda affinità con l’intervento di Gianni Pittella, persuaso del “dovere morale di liberare il Partito democratico dalla sudditanza dimostrata per troppi anni verso i fautori del liberismo e del mercato”. È questo, secondo il parlamentare di Strasburgo, il requisito essenziale per ancorare apertamente il futuro del Pd alle strategie del Partito socialista europeo, e alla costruzione di una Ue “fondata su una forte legittimazione politica del presidente della Commissione, su un ministro degli esteri degno di questo nome e in grado di incidere sulle crisi del Nord Africa e del Medio Oriente, su un esercito e una difesa efficaci, su un responsabile del Tesoro comunitario dotato del potere di emettere eurobond, su una Banca centrale che sia prestatrice di ultima istanza in caso di seria crisi di liquidità”.

Focalizzato sulle contraddizioni e le carenze interne del Pd è il ragionamento di Pippo Civati, che esorta i vertici del partito a riscoprire e parlare il linguaggio della verità superando le ipocrisie: “Richiamarsi al principio cardine dell’eguaglianza e poi accettare la ricetta del centro-destra sull’imposizione immobiliare che acuisce le differenze sociali è un controsenso. Lo è mortificare il Partito democratico rinviando tempi e regole delle primarie. Lo è il rifiuto di proporre a elettori e aderenti un progetto limpido di riforma elettorale”. Se non scioglie interrogativi così urgenti, spiega il parlamentare lombardo, “il Pd non potrà intercettare e accogliere il vasto movimento progressista che vive e lotta nella società, al di fuori e oltre i recinti partitici, per obiettivi come la salvaguardia dei beni comuni. E non sarà in grado di promuovere un’aggregazione unitaria con Sinistra e libertà che dovrebbe far parte della sua missione”.

Un punto di radicale dissenso rispetto alla vocazione maggioritaria incarnata da Matteo Renzi, a giudizio del quale il Pd deve nutrire l’ambizione di governare da solo, “forte delle proprie convinzioni riformiste e capace di imporre la sua agenda politico-culturale al contrario di quanto avvenuto finora”. Agenda che deve trarre spunto dalla consapevolezza per cui la crisi “non riguarda soltanto i modelli della destra ma interpella tutti noi, che abbiamo governato negli ultimi vent’anni”. Poi fa un esempio del cambiamento che vorrebbe realizzare. A Enrico Letta che ascrive all’instabilità politica lo sforamento del rapporto tra deficit e PIL, il primo cittadino di Firenze replica che “se si è superato il limite del 3 per cento, o si ha il coraggio di dire che quei parametri vanno rivisti o si rientra reintroducendo l’IMU, o si scelgono altre politiche di riduzione della spesa pubblica”.

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