Capitani di ventura? Più che altro, guardando ai casi Telecom e Alitalia, tanti capitani Schettino pronti a calarsi da una scialuppa dorata non appena le cose si mettono male. Ha ragione l’economista Mario Seminerio quando, a proposito delle dimissioni di Stato che tanto scalpore suscitano, solleva il vero nodo aggrovigliatosi nel corso degli anni attorno ad un capitalismo da debito attraverso le scatole cinesi: ecco la storia di Telecom Italia post privatizzazione. Perché se è vero come è vero che si invoca sempre il capitale estero ma quando si presenta alle nostre porte storciamo il naso, è pur vero che serve chiarezza e non retorica. Ovvero: Telefonica acquista Telecom per ristrutturarla e rilanciarla? I quaranta miliardi di debito finanziario lordo di Telecom Italia saranno alleggeriti dopo questa operazione? Quando Bernabè dice che le condizioni sono propizie per un aumento di capitale, evince una opzione reale o si riferisce ancora a notizie apprese “da comunicati stampa”?

Il sospetto, sgradevole, è che all’Italia manchino coraggiosi capitani di ventura, che intendano gli investimenti a lungo raggio non come occasione di un profitto “tutto e subito”, ma che puntino in alto, supportati da visioni lungimiranti, da capacità reali di determinare gli eventi e non di subirli passivamente. Il punto non è se ad acquistare Telecom o Alitalia sia o meno uno straniero, sarebbe miope tarare scelte e strategie sulla base della nazionalità in una fase in cui il mercato è globale e tale resterà. Bensì i due casi spinosi, su cui sorprende non poco l’immobilismo del governo, rappresentano la cartina di tornasole del modo di fare impresa in Italia. Basta prenderne atto e soprattutto che non si spacci per oro la plastilina.

Il ruolo delle banche di sistema nel Paese appare, alla luce di questi due episodi che la quotidianità ci consegna, drammaticamente insufficiente. All’orizzonte per il colosso nazionale delle telecomunicazioni si staglia, minaccioso, il rischio che lo stock di debito sia pesantissimo e incida negativamente sul futuro del personale, degli investimenti e di un pezzo d’Italia. Una disamina che non è direttamente proporzionale alla nazionalità di Telefonica, quanto alla portata complessiva dell’operazione.

A quanti si rallegrano per il passo in avanti di Telefonica sarebbe curioso di domandare su quali dati alfanumerici è lecito rallegrarsi, dove si annidano le speranze di valorizzazione per Telecom, quali le strategie di investimenti ad esempio sul 4G, se questa possa essere una premessa credibile per le dismissioni tanto in voga nelle ultime settimane di Ansaldo e Finmeccanica. Nessuno dimentichi che l’Italia è ancora in profonda recessione e disfarsi frettolosamente oggi dei gioielli di famiglia per fare un po’di cassa, potrebbe produrre domani il rammarico per un mancato guadagno futuro e per esser rimasti, ancora una volta, con il cerino in mano.

Abaton magazine
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