“Il primo caso di un ex monopolista in un Paese chiuso, incapace di confrontarsi col mercato globale, che finisce nelle mani di uno straniero”. Commenta così il passaggio di Telecom a Telefonica l’economista Andrea Giuricin, docente dell’università Bicocca e fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Giuricin si chiede: “Ma come, si parla tanto di attrarre in Italia investimenti stranieri e poi quando succede ce ne lamentiamo?”

Telecom a Telefonica: meglio un operatore del settore seppure estero o la Cdp nel capitale, come invocano i piccoli azionisti?
Il passo è rilevante per tastare il capitalismo di relazioni italiano, che è sempre stato il punto debole del nostro sistema. Non conta la nazionalità dell’operatore, ma quanti investimenti necessari farà. Penso al cablaggio della rete in tutto il Paese, o al 4G per le reti mobili.

Quello spagnolo era un approdo inevitabile, come scrive oggi Meletti sul Fatto Quotidiano, fin da quando Telefonica entrò nel capitale di Telco?
Sì. Se ricordiamo bene come andò quella storia, si decise l’ingresso di Telefonica perché era il male minore per l’Italia. C’era Carlos Slim che aveva intenzione di entrare con America Movil nel mercato italiano, ma gli furono chiuse le porte in quanto era “un cattivo messicano” e si rese necessaria una soluzione alternativa: ovvero Telefonica più il controllo del sistema con gli attori di sempre, Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca.

Perché secondo lei solo ora i soci italiani hanno deciso di vendere? E perché vendono anche se ci perdono?
La vendita a Telefonica è stata dettata secondo me da due fattori. Primo: da un certo punto di vista pesa la normale concentrazione che si sta vedendo adesso nel mercato. Questo intero movimento va verso un mercato unico, quindi bisogna essere grandi per poter competere in un mercato globale. Dall’altro versante la crisi economica ha messo in difficoltà le nostre banche, che risultano molto più deboli e diviene complicato per loro avere quel ruolo che hanno sempre avuto nel capitalismo italiano.

Il Corriere della Sera in particolare ha sottolineato che con la zavorra del debito che ha Telefonica gli investimenti in Telecom Italia non ci saranno: che ne pensa?
Da editorialista a senatore, Mucchetti cambia casacca ma non idee, sin da quando quattro anni fa ha scritto un pamphlet su Telecom. Ma non sono mai stato in accordo con lui. Ha sempre pensato che gli investimenti potessero arrivare solo dagli italiani, invece abbiamo visto in numerose occasioni, come Telecom e Alitalia, che non è possibile. Gli italiani non hanno mai messo i soldi e le aziende si sono indebolite, perdendo valore.

Quindi Telefonica ha le carte in regola per fare bene?
Faccio questo ragionamento: un conto è l’investitore Telefonica, un conto quello Telecom i cui bond valgono spazzatura. Non dimentichiamo che ad agosto Moody’s aveva dato tre mesi a Telecom per rivedere il proprio debito. Per cui meglio Telefonica di Telecom.

Il controllo di Telefonica non segna una sconfitta di fatto anche per il presidente Franco Bernabè?
Non saprei, perché cambia la struttura ma resta in fin dei conti Telco il cui 65% va a Telefonica. A mio parere potrebbe essere la prima sconfitta del capitalismo di relazioni italiano. Per la prima volta un ex monopolista finisce nelle mani di uno straniero: lo scenario che tutti i governi hanno tentato di evitare, da Prodi a Berlusconi. Credo che anche il caso Alitalia giungerà allo stesso risultato.

Quindi mancano capitani di ventura italiani?
Il problema dell’Italia è che non ha mai voluto confrontarsi con un mercato globale ed è sempre stato un Paese molto chiuso. La conseguenza si ritrova nel fatto che è rimasta una realtà non dico autarchica, ma incline a cercare soluzioni al proprio interno senza vedere i benefici che possono arrivare dagli investimenti esteri. Ma come, si parla tanto di attrarre in Italia investimenti stranieri e poi quando succede ce ne lamentiamo?

Questa vicenda Telecom è l’anticamera di che cosa?
Spero vivamente che sia l’inizio di una fase nuova, bisognerà vedere come si comporteranno governo e Cdp e non solo su questo dossier, perché in ballo c’è anche Ansaldo su cui permangono ancora molti dubbi. Paradossalmente la debolezza di questo esecutivo potrebbe aiutare l’Italia, nel senso che l’interventismo che c’è sempre stato in passato oggi è un’ipotesi complicata, sia dal punto di vista politico con una maggioranza instabile, sia da quello economico. La crisi ha indebolito, e di molto, le banche italiane.

twitter@FDepalo

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