Nel Consiglio dei Ministri di ieri ha visto la luce il Piano Destinazione Italia per attrarre investimenti esteri nel Paese. O meglio quella che la stessa task force governativa che l’ha redatto ha definito la versione 0.5, in attesa di quella 1.0 che uscirà dopo la consultazione di circa tre settimane che sta per essere lanciata. Si è trattato di un parto tutto sommato rapido per un progetto di questa portata, annunciato appena due mesi fa. Anche se naturalmente tra lo scrivere e il realizzare si interpongono molto tempo e fatica, specie in un Paese come l’Italia dove è facile prevedere un mix micidiale e purtroppo del tutto prevedibile di opposizione burocratica e ideologica.

Sul piano dei contenuti, gran parte delle 50 misure enunciate sono condivisibili. Da una semplificazione delle procedure alla maggiore certezza del diritto, dalle liberalizzazioni al coinvolgimento dei capitali privati in aree oggi off limits o quasi. Molto interessanti sono le proposte in materia immobiliare per liberalizzare il mercato delle grandi locazioni a uso non abitativo e per favorire il cambio di destinazione d’uso degli immobili,  oppure quelle che prevedono finalmente un fast-track per la concessione di visti per chi porta un contributo importante per l’economia italiana (startupper, grandi investitori, filantropi) e una maggiore internazionalizzazione della formazione, per attirare sia studenti che docenti stranieri (una priorità totalmente dimenticata sull’altare del rientro dei cervelli in fuga). Ci sono poi molti ripescaggi di idee buone, come il credito d’imposta per la ricerca (che si applicherebbe sugli incrementi di spesa), fermate nello scorso Governo dalla Ragioneria generale dello Stato, nonostante le giuste pressioni del Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera. Oppure le proposte per snellire il processo autorizzativo e il contenzioso fiscale e giudiziario. Riforme a costo zero o poco onerose che vanno nella giusta direzione e che tuttavia dovranno vedersela con tutta una serie di ostacoli che noi italiani siamo bravissimi a disporre sulla strada della riforme. Al di là delle opposizioni parlamentari e dello spirito di conservazione delle burocrazie ministeriali, penso al veto power della Corte Costituzionale, della giustizia amministrativa e delle Regioni. Tanto per citare un esempio, l’ottima intenzione contenuta nella misura 31, incentivare l’attivazione di corsi di studio anche esclusivamente in lingua inglese, al Politecnico di Milano si è appena infranta contro una decisione del Tribunale Amministrativo della Lombardia, che ha negato questa possibilità. Naturalmente, una norma di legge ad hoc potrebbe superare l’ostacolo. Che però si potrebbe riproporre più avanti di fronte alla Corte Costituzionale, che in un Paese che garantisce a tutti e dovunque il diritto allo studio potrebbe discettare su questioni di discriminazione (tra coloro che conoscono l’inglese e chi no). Figuriamoci poi sulle questioni dove la legislazione è concorrente tra Stato e Regioni oppure di competenza esclusiva di queste ultime. Sarà ad esempio possibile attuare il sacrosanto proposito, contenuto nella misura 22, di uniformare a livello nazionale gli standard per la classificazione alberghiera? Per cui, in base alle difformità attuali tra una Regione e l’altra, può capitare a parità di stelle in una Regione di soggiornare in una topaia e in un’altra in un albergo di lusso. Costringendo il malcapitato turista o businessman straniero a improbabili valutazioni comparate di 21 sistemi diversi di classificazione.

Per questi motivi, più che fare proposte aggiuntive rispetto alle 50 misure indicate ci sentiamo di dare due consigli al Governo sull’attuazione, che è chiaramente il vero punto interrogativo dell’intera operazione. Non tanto verso l’estero, sul quale il documento fa delle proposte interessanti, ma soprattutto verso l’Italia, dove si gioca la partita decisiva, come già ricordavo due mesi fa su formiche.net  http://www.formiche.net/2013/07/16/come-rendere-destinazione-italia-piu-di-uno-slogan-accattivante/).

In primo luogo, è fondamentale la tattica. Come documento iniziale è giusto proporre una visione complessiva, che attraversa tutti i settori di policy, ma poi prima di procedere all’attuazione (già a partire dalla versione 1.0) occorrerà avere chiara una scala di priorità e concentrarsi su un numero non eccessivo di strumenti, in base ai benefici attesi e alle difficoltà di attuazione.

Inoltre, ed è forse questa la principale lacuna del documento, nulla si dice nel piano sulla governance e sui compiti di Destinazione Italia s.p.a., rinviandone la definizione a dopo la consultazione. Qui il punto è decisivo. E’ giusto immaginare una struttura ad hoc (a prima vista meglio un’agenzia rispetto a una società per azioni) che accompagni gli investitori stranieri ma poi occorre metterla nelle giuste mani. Che siano in grado sul piano internazionale di attrarre menti e denari e sul piano domestico di accompagnare le aziende straniere e di fare lobbying presso le istituzioni per una normativa primaria e secondaria favorevole (possibilmente non solo alle imprese a capitale estero). Occorre dunque contare su professionalità di alto profilo e variegate, in parte reperibili solo nel privato e con forti esperienze internazionali. Se poi fossero giovani non guasterebbe in termini di entusiasmo e di dedizione alla causa.

Solo a queste condizioni, Destinazione Italia potrà essere più di uno slogan efficace. Il punto di partenza è in gran parte apprezzabile, ora occorre correggere pian piano la rotta per arrivare in porto.

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