Un emendamento al ddl Delega fiscale, approvato dalla commissione Finanze della Camera, indica che le società multinazionali che operano anche in Italia dovranno pagare le tasse nel nostro Paese in misura proporzionale al fatturato

Le scappatoie fiscali adottate in Europa e non solo dai giganti del web potrebbero presto essere sbarrate, almeno in Italia. Un emendamento del Partito Democratico al disegno di legge Delega fiscale, approvato dalla commissione Finanze della Camera, indica che le società multinazionali che operano anche in Italia, come Google, Facebook e Amazon, dovranno pagare le tasse nel nostro Paese in misura proporzionale al fatturato. Ovvero, per un’azienda che fattura 600 miliardi e in Italia ne ricava 30 (quindi il 5%), dovrà pagare nel nostro Paese il 5% di imposte.

COSA DICE L’EMENDAMENTO
L’emendamento, a prima firma Ernesto Carbone – spiega Public Policy – dispone di “prevedere l’introduzione, in linea con le raccomandazioni degli organismi internazionali e con le eventuali decisioni in sede europea, tenendo conto anche delle esperienze internazionali, di sistemi di tassazione delle attività transnazionali, ivi comprese quelle connesse alla raccolta pubblicitaria, basati su adeguati sistemi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale“.

UN TEMA DISCUSSO
Come ricorda lo stesso emendamento – scrive il Messaggero – il tema è da tempo all’attenzione di organismi internazionali, compresi Bruxelles e diversi Stati membri.
Pagare le tasse a Dublino, viste le differenze di aliquote, significa risparmiare molti soldi. E, complice la crisi economica, su questo tipo di vicende ha posto l’accento anche il recente G20.

IL SISTEMA ATTUALE
Con la sede in Irlanda – prosegue il quotidiano diretto da Virman Cusenza in un articolo siglato Gi. Fr. – Google è riuscita finora a versare “solo pochi spiccioli all’erario italiano (un milione e ottocentomila euro nel 2012)“, a fronte di una raccolta pubblicitaria in Italia stimata intorno “ai 700 milioni di euro“. E così Facebook che dichiara un giro di affari in Italia “di soli tre milioni di euro (pagando poco più di 131mila euro di tasse)“, ma in realtà avrebbe una raccolta pubblicitaria “tra i 35-40 milioni di euro“.

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