Piangere sul latte versato non serve. Imparare dagli errori commessi sì. E allora sul caso Alitalia, che perde circa 700mila euro al giorno, potrebbe consumarsi il medesimo rito a cui si è assistito pochi anni fa ma con la differenza che oggi i conti sono sensibilmente peggiorati, lo spettro del default è drammaticamente vicino e quel “piano Fenice” proposto illo tempore si è rivelato fallimentare. Di qui il punto di domanda: quanto converrebbe un altro volo tra le braccia dello Stato dopo l’esperienza passata?

Sogni falliti
Il miliardo e duecento milioni persi da Alitalia in poco meno di un lustro sono lì a testimoniarlo, al pari della scelta miope di una mancata strategia di lungo respiro, vista la concomitanza delle tratte coperte dall’alta velocità e le risicate rotte internazionali. L’addio a Malpensa, sommato alle conseguenze dell’accordo con Air One, hanno fatto il resto con numeri inquietanti: penetrazione su rotte nazionali passata dal 51,9% del 2009 al 49,6% di fine 2012; Ryanair e Easyjet che hanno innescato giustamente una concorrenza alla voce prezzi, producendo voli in perdita per Alitalia. Tra l’altro nonostante il taglio di numerosi voli, sul terzo segmento, quello dei voli intercontinentali, si è abbattuta la doppia mannaia della concorrenza e della crisi. Per cui il risultato non poteva che essere così poco lusinghiero. Insomma, dai sogni Cai alla realtà attuale passando per una battuta che qualcuno riconduce direttamente a Colaninno, quando si spinse a dire “Air France potremmo comprarcela noi”.

Caporetto
“Uno scenario da Caporetto” lo definisce Ettore Livini su Repubblica, anche perché è stata la stessa “variopinta compagine di soci dell’azienda” a contribuire al disastro. In prima battuta dando il benservito all’ex ad Rocco Sabelli, passando per le numerose frizioni ad esempio con le varie teste presenti nel board e che hanno rappresentato l’anticamera al passo indietro di Andrea Ragnetti, mentre il vicepresidente Salvatore Mancuso (più volte in questi giorni impegnato a dire no ai francesi) era dedito alla contesa personale contro il presidente Roberto Colaninno quando le prime avvisaglie di default già si tramutavano in certezze semiconsolidate.

Privati sino a che punto?
Lo spettro per il privato si chiama ricapitalizzazione, ma con il rischio che si tratti di una pistola scarica. L’idea manifestata dal governo sembra essere quella di tentare di rafforzare Alitalia (per quanto possibile) con presenza e linfa pubblica, e sedersi al tavolo con Air France-KLM in una posizione non già di sconfitta, anche se i numeri sono impietosi in questo senso: con il cherosene ormai a tempo, i fornitori lontanissimi dall’essere pagati e l’idea che da Parigi fanno circolare di un piano esuberi che prevede il taglio di seimila dipendenti (non proprio una sorpresa, anche se i sindacati fanno finta che lo sia).

Ritorno al futuro?
Ancora Air France, si chiedono analisti ed economisti? Al momento sembrerebbe di sì, ma nulla è escluso in questa vera e propria partita a scacchi dove ogni mossa prevede almeno tre diverse contromosse sull’asse Parigi-Abu Dhabi. Perché in gioco non c’è più l’italianità di Alitalia ma molto più semplicemente il tentativo di trovare una strada che non sia dover portare i libri in tribunale.

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