Fermare il declino tenta di aggregare una vasta galassia di gruppi e movimenti per creare una confederazione liberale in vista del voto per il Parlamento europeo. E alla presentazione del progetto c'erano vecchie e nuove conoscenze della politica compresi ex banchieri, ex ministri, ex destri ed ex leghisti...

Rifiutano l’etichetta di micro-partiti e non vogliono realizzare un’operazione di vertice. Puntano alla creazione di una “Confederazione liberale di ispirazione riformista e popolare” che giochi una partita rilevante per il rinnovo del Parlamento europeo. È condensata in questo obiettivo l’iniziativa promossa ieri a Montecitorio da Fare per fermare il declino, Partito liberale, Liberali italiani, Partito federalista europeo, Uniti verso Nord.

Il percorso è appena all’inizio e per ora si rivolge al mondo politico “senza steccati” e alla maggioranza di cittadini che non è andata a votare. Non è facile prevedere se l’esperimento troverà sbocco nella nascita di un nuovo partito. L’attenzione è focalizzata su parole d’ordine come cambiamento radicale e snellimento della struttura dello Stato, liberazione delle delle forze creative e produttive, rilancio della competitività.

Gli obiettivi del nuovo progetto liberale

Nelle linee guida della “Cosa liberale” è netta l’impronta di Fermare il declino. Tra i punti dirimenti, la riduzione del debito pubblico tramite un piano di dismissione del patrimonio immobiliare nazionale e locale; il taglio radicale della spesa pubblica grazie a un pacchetto di privatizzazioni e rimozione di ingiusti aiuti alle aziende; il calo della pressione fiscale e del peso eccessivo della burocrazia; l’introduzione di un genuino federalismo fiscale e amministrativo con meccanismi di riequilibrio regionale; la riforma del lavoro con flessibilità in entrata e in uscita e la garanzia di un sussidio di disoccupazione legato alla riqualificazione e reinserimento lavorativo; la restituzione a scuola e università del ruolo di volano di emancipazione spendendo meglio e di più; l’abrogazione del finanziamento statale dei partiti sostituito da versamenti volontari dei cittadini con tetti anti-monopolistici e norme contro i conflitti di interesse; il passaggio , nel rapporto tra Stato e imprenditori privati, dalla logica del “No” preventivo a quella del controllo e sanzione a posteriori.

L’ottimismo di Boldrin

Alfiere di un’iniziativa che mira a gettare semi tra i riformatori insofferenti verso lo status quo è Michele Boldrin, coordinatore di Fare per fermare il declino, che non nasconde l’enorme difficoltà di un’impresa analoga a quella tentata con il voto politico del 2013. Ma nutre fiducia nella possibilità di cambiare rotta al Paese: “Ciò che il governo e l’attuale opposizione non sono in grado di fare”. Poi lancia l’appello per una lista e soggetto unici in vista delle elezioni europee, senza steccati verso chi sceglierà di aderire: “Perché la vera discriminante politica non corre sull’asse destra-sinistra bensì sulla direttrice esclusi-privilegiati e produttori-dissipatori di ricchezze”. Per ora la costellazione neo-liberale preferisce non esprimersi su eventuali alleanze con gli schieramenti principali. La scommessa è andare al di là del rigido sbarramento al 4 per cento che regola il voto per l’Assemblea di Strasburgo. È vero che lo scrutinio proporzionale offre l’opportunità di misurare il proprio consenso ed entrare nel Parlamento europeo con cartelli elettorali omogenei. Ma la logica delle intese più vaste potrebbe imporsi come necessità.

Nel recente passato Fermare il declino fu refrattaria agli accordi con gruppi come Italia Futura o Scelta civica di Mario Monti. “Figura rispettabile – spiega l’economista Boldrin – che ha perso l’occasione storica di realizzare riforme coraggiose”. Adesso, alla luce della deflagrazione della formazione centrista, Fare potrebbe ricostruire un interlocuzione con il gruppo guidato da Luca di Montezemolo. E allargare il confronto per trovare un leader federatore di un grande soggetto liberale, popolare, riformatore. Figura che potrebbe identificarsi con Corrado Passera, sempre più attivo e inquieto nella scena politica delle ultime settimane, presente all’illustrazione del progetto come Giuseppe Basini, Mario Baldassarri, Enrico Musso. 

I liberali aderenti alla Confederazione

Fautore del progetto di Confederazione liberale è Stefano De Luca, segretario del PLI: “Finora siamo stati pura testimonianza in un’Italia divisa tra chi era pro e contro Silvio Berlusconi. Il risultato è che oggi troppi si dicono liberali e non lo sono. Pertanto, partendo dal nostro ceppo di valori, vogliamo allargarci ad altre forze grazie alla religione laica del dubbio”. Adesso che la transizione ventennale è quasi compiuta, De Luca ritiene possibile rivolgersi ai ceti produttivi guardando a una patria europea riconoscibile e autorevole come quella liberale presente nell’ALDE. Una strada alternativa a “PD e PDL screditati ancorché ammantati di nuovismo, e al grillismo apocalittico. Perché uno dei due grandi partiti tradizionali è destinato a implodere – e potrebbe non essere il centrodestra – trascinando nel tracollo anche l’altro”.

È questa la ragione per cui i “neo-liberali” rifiutano un compromesso con i protagonisti di un assetto bipolare che non reggerà. E per la quale il presidente del Consiglio nazionale del PLI Paolo Guzzanti, “vaccinatosi per sempre da ogni tentazione terzopolista”, esorta a adottare “forti idee dirompenti in grado di divenire notizia e scandalo”. Fra i più entusiasti del tentativo è Pietro Paganini, portavoce dei Liberali italiani, “uno dei tanti atomi della costellazione liberale che oggi possono rimettersi in cammino per una prospettiva in cui la grande differenza è tra riformatori liberali e fautori della conservazione di una struttura dello Stato imbevuta della cultura corporativa fascista”. È questa la premessa, rimarca, per immaginare una politica industriale moderna che non faccia fuggire i giovani all’estero.

La partecipazione di un volto storico della Lega

Guarda con interesse al percorso verso la Confederazione liberale un antico volto del Carroccio come Alessandro Cè, presidente del movimento Uniti verso Nord. Dello storico armamentario delle “camicie verdi” l’ex capogruppo della Lega alla Camera rilancia la polemica contro “la restaurazione di un ago della bilancia centrista oscillante tra due poli opachi e consociativi”. Animato dall’aspirazione a “un bipolarismo – e a un centrodestra – dinamico e trasparente”, Cè auspica un progetto fondato su punti mirati e “chirurgici”: riduzione drastica della spesa improduttiva nella pubblica amministrazione e nella politica; riforma federalista seria e non moltiplicatrice della burocrazia e dei costi; affermazione dei diritti di utenti, risparmiatori, consumatori contro lobby, corporazioni e conflitti di interesse; lotta all’illegalità, alla corruzione e allo strapotere diffusi delle organizzazioni criminali.

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