L’unica notizia certa, a prova di smentita, è che il cherosene per gli aeromobili targati Alitalia è vicino all’esaurimento. Sul resto (trattative con i francesi, accordo con i sultani, privatizzazione, ricapitalizzazione dei “patrioti”) regnano numerosi punti interrogativi.

Punto di partenza è il vertice che si è tenuto ieri a Palazzo Chigi in cui, più d’uno, era pronto a scommettere che la proposta di una partnership con Ferrovie dello Stato potesse essere più di un semplice opzione. Le condizioni di Mauro Moretti, pur essendo chiare e pubbliche da giorni, (cancellare la tratta Roma-Milano e nessun euro per le azioni) non sono valse al manager una sedia al tavolo del delicatissimo incontro, conclusosi con una fuga a due Letta-Saccomanni. Pare che premier e ministro dell’Economia si siano dedicati, lontani da occhi indiscreti, alla lista delle possibili pretendenti di Alitalia. E frenando almeno per ora, in compagnia del ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi, l’idea di Moretti che voleva far salire i treni su Alitalia.

Rafforzamento
Secondo fonti di Palazzo Chigi pubblicate dal Corriere della Sera, l’obiettivo del governo sarebbe di costruire una mini rete di credibilità prima della fusione. Ovvero rafforzare la compagnia e solo in seguito accettare le offerte (Air France in pole position?) ma senza tralasciare il nodo rappresentato dalla continuità aziendale, su cui lo stallo è ancora il principale protagonista. Senza dimenticare che il numero 1 dell’Eni, Paolo Scaroni, ha detto di non essere intenzionato a tenere in vita la compagnia.

Qui Palazzo Chigi
Sostanzialmente il governo starebbe puntando con convinzione verso un aumento di capitale più ampio, che sia propedeutico alle nozze vere e proprie da celebrare con Air France-KLM. Sullo sfondo restano i numeri inquietanti successivi al “piano Fenice” che l’ad Gabriele Del Torchio ha rivoluzionato, preferendo di gran lunga l’attività intercontinentale. Ma al di là delle strategie legate all’oggi o al domani, è il passato a pesare ancora insistentemente sull’intera questione, si veda alla voce debiti: Alitalia ha chiuso il semestre con una perdita secca di 300 milioni, mentre in cassa sembra ci siano poco meno di 80 milioni.

Accordo con le banche?
E’ quello che sta tentando di ottenere in queste ore il presidente Roberto Colaninno per evitare il default vero e proprio. Le scadenze premono, i fornitori anche. Ed ecco che, al netto di colpi di scena dell’ultim’ora, due sembrano essere le strade possibili per Alitalia. In primis Air France-KLM, capace di eliminare il debito di ossigeno e immettere liquidità. Sul tavolo l’ipotesi che il colosso franco-olandese salga fino al 50% dall’attuale 25%, anche se le parole di Philippe Calavia, membro del cda di amministrazione Alitalia e direttore finanziario di Air France, vanno nella direzione di chi “non vuole essere considerato un’insidia per il vettore”. In verità sul gruppo francese già si era espresso in maniera scettica il vicepresidente di Alitalia, Salvatore Mancuso, “noi abbiamo commesso errori, loro molti di più”.

Sceicchi
In secondo luogo l’opzione Abu Dhabi, con il sultano Bin Saeed Al Mansouri, ministro dell’Economia degli Emirati Arabi Uniti, che avrebbe manifestato l’interesse della compagnia Etihad. “Entrare in Alitalia? Sarebbe interessante per le opportunità che offre” ha detto incontrando una delegazione di Confindustria e Abi (il vicepresidente di viale dell’Astronomia Paolo Zegna, il viceministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda, e l’ambasciatore italiano negli Emirati Arabi Uniti Giorgio Starace).

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