Quella raccontata su uno degli ultimi numeri di Science è la storia di una bufala organizzata a fin di bene per svelare una truffa planetaria. Una truffa che ruota intorno ad un proliferante numero di riviste scientifiche “open access”.

Le riviste “open access” di cui si parla sono quelle che pubblicano in rete gli articoli scientifici che possono così venir letti da chiunque gratuitamente. Le riviste “open access” sono il futuro (e sempre più il presente) dell’editoria scientifica. Permettono di diffondere il sapere scientifico contribuendo a smantellare in qualche modo le torri di avorio degli scienziati. Pubblicare su questo tipo di riviste non è più semplice che pubblicare su quelle cartacee: bisogna comunque passare attraverso i revisori scientifici che devono valutare i singoli esperimenti presentati in un articolo, chiedere modifiche e infine accettare o rifiutare il lavoro. A differenza di quelle tradizionali le riviste online non si mantengono con gli abbonamenti di chi le acquista bensì con i costi di pubblicazione che vengono addebitati all’autore. Questo è uno dei punti chiave per capire in cosa consiste la truffa.

Come nel caso delle riviste cartacee tradizionali, esistono riviste “open access” di differenti livelli, dai più alti sui cui pubblica il “gotha” della ricerca scientifica, scendendo via-via fino ad arrivare a riviste infime senza nessuna valutazione bibliometrica e per finire con vere e proprie truffe. Un mercato parallelo di false riviste, con indirizzi fasulli, editori e comitati di valutatori inesistenti. Nulla a che fare con nessuna  delle riviste scientifiche “open access” vere. Anche PLOS ONE, un giornale che dagli scienziati viene considerato con sufficienza, in realtà si è comportato più che egregiamente in questa inchiesta.

Sono le riviste “false” che costituiscono l’oggetto dell’ inchiesta dal titolo “Who’s afraid of peer review?” pubblicata recentemente dalla rivista americana Science  (http://www.sciencemag.org/content/342/6154/60.full). Un’inchiesta firmata da John Bohannon, un biologo, giornalista scientifico e ballerino, che lavora alla Harvard University negli Stati Uniti.

L’inchiesta inizia nel luglio 2012 quando Bohannon viene a conoscenza di una disavventura capitata ad una ricercatrice nigeriana che ha cercato di pubblicare i suoi dati su una rivista open access pensando che fosse gratuita. In realtà questa era una delle riviste che cercano di approfittarsi di ricercatori “sprovveduti” per lo più attivi in zone sottosviluppate del mondo. Riviste che copiano i siti Web di quelle serie, che escogitano infinità di trucchi per cercare di ingannare i ricercatori meno famigliari con questo tipo di cose. Alcuni degli editori contattati per avere informazioni, tra cui un’italiana, dicono di aver chiesto di venir rimossi dalla lista degli editori ma senza successo o di aver rifiutato articoli considerati non degni di pubblicazione che tuttavia sono stati pubblicati dalla rivista.

Per cercare di far luce su questo mondo di riviste online truffaldine Bohannon ha scritto un falso articolo scientifico. Un articolo pieno di incongruenze e di dati non verificati e che anche il più sprovveduto dei revisori scientifici avrebbe dovuto rifiutare. Per rendere la cosa più credibile ha sfruttato il traduttore di Google per scrivere l’articolo in un inglese da non madre lingua. Il lavoro era firmato da un fantomatico Ocorrafoo Cobange, un biologo dell’altrettanto inesistente Wassee Institute di Medicina ad Asmara in Etiopia.

Bohannon ha poi spedito 304 versioni differenti dell’articolo ad altrettante riviste “open access” selezionate in un elenco ufficile.

Il risultato è stato sorprendente: più della metà delle riviste hanno accettato senza fiatare l’articolo (che subito dopo è stato correttamente ritirato dagli autori prima che venisse pubblicato).

La maggior parte di queste riviste hanno false sedi in America. Rintracciando i lori indirizzi internet l’autore dell’inchiesta è riuscito a risalire alle sedi effettive, nella maggior parte casi in paesi del Terzo Mondo”, in India, Pakistan e in Turchia. Anche i conti bancari su cui transitano i soldi sono in paesi sottosviluppati anche se in realtà appartengono a gruppi Europei o Americani. E molte delle riviste  fanno capo a gruppi editoriali importanti tra cui Elsevier che pubblica riviste di prim’ordine come Cell.

Insomma l’inchiesta ha rivelato un sommerso dal profilo incerto, una truffa organizzata da editori senza scrupoli e che vive sulla complicità di scienziati di basso profilo scientifico e morale.

Vale la pena di fare alcune considerazioni. La prima è relativa agli scienziati che pubblicano su questo tipo di riviste. E’ veramente difficile pensare chi oggi nei paesi occidentali ci sia qualche scienziato che possa pubblicare su riviste open access del tipo analizzato nell’inchiesta di Science. Non garantiscono visibilità internazionale né un “impact factor”. E oggi, anche in un paese come l’Italia, sia i finanziamenti per la ricerca che la carriera degli scienziati dipendono non dal numero di pubblicazioni ma dal valore internazionale della rivista se cui si riesce a pubblicare il proprio articolo. Sono due i principali tipi di autori che pubblicano su queste riviste. Una prima classe è quella di scienziati attivi in paesi sottosviluppati in cui non esistono ancora agenzie di valutazione governative che stabiliscano la bontà della ricerca. Un’altra classe è sicuramente costituita da una serie di ciarlatani/truffatori che cercano di dar credito con queste pubblicazioni a metodi di cura miracolosi per meglio attrarre nella loro trappola cittadini sprovveduti.
Quella rivelata dall’articolo di Science è sicuramente una truffa. Ma bisogna star attenti a non accumunare tutte le riviste “open access” in un unico calderone. Le riviste Open Access sono un’opportunità per la diffusione del sapere scientifico. Gli standard scientifici sono ottimi e il tipo di scienza che viene pubblicato sulle riviste principali è eccellente.
Alcuni giornali nazionali hanno dato risalto all’inchiesta di Science (che poco ha a che fare con la scienza la qualità della scienza) senza distinguere tra chi opera correttamente e chi cerca di approffittrasi illecitamente di una situazione. Hanno travisato il messaggio. In questo modo non si risolve la truffa ma se ne perpetua un’altra. Si avvalora l’idea già abbastanza radicata in Italia che gli scienziati siano tutti solo dei truffatori. Di questo non abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno invece di chiarezza, di denunciare i truffatori senza utilizzarli per gettare discredito su chi truffatore non è e opera quotidianamente correttamente, nonostante tutto.

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