Erano passate poche ore dall’habemus Papam, quel 13 marzo, che in Rete iniziavano a circolare notizie sul passato oscuro di Jorge Mario Bergoglio. Che faceva l’allora giovane provinciale gesuita mentre l’Argentina era schiacciata dalle giunte militari? Oggi sappiamo, grazie a un piccolo libro edito da Emi, “La lista di Bergoglio”, che Bergoglio ebbe un ruolo di primo piano nel salvare dalla morsa dei generali centinaia di giovani ricercati e dissidenti. Cattolici e atei, comunisti e antimilitaristi. Davanti alle supposizioni, alle mezze frasi, ai dubbi, “non restava che cercare. Raggiungere Buenos Aires e poi da lì risalire fino in Uruguay e Paraguay arrivando fino in Italia, percorrendo le strade che, stando ad alcuni racconti, portavano alla salvezza”, scrive l’autore del libro, il cronista di giudiziaria di Avvenire Nello Scavo. Tutto è cominciato dagli articoli di “Horacio Verbitsky, il più accanito accusatore di Papa Francesco, con i suoi articoli usciti in Italia sul Fatto Quotidiano”, spiega Scavo in un’intervista a Stefano Lorenzetto per Il Giornale.

La lista dei salvati “in gran parte incompleta”
Verbitsky “è il giornalista, ex militante nel movimento Montonero, che ha scoperto i voli della morte: centinaia di oppositori del regime gettati nell’Atlantico, con mani e piedi legati, dagli aerei militari. Ha scritto che Bergoglio è un attore. Mi sono chiesto: e se il Conclave avesse eletto l’uomo sbagliato?”. Invece, anche Verbitsky poi si è dovuto ricredere. Dall’indagine di Scavo emerge una lista (in gran parte incompleta) di persone salvate e sottratte alle camionette blindate con l’astuzia. Bergoglio lo faceva “all’insaputa dei confratelli, li nascondeva nel Colegio Maximo di San Miguel, a circa trenta chilometri dalla capitale. Li spacciava per aspiranti seminaristi o per fedeli in ritiro spirituale. Dopodiché li portava al nord e li faceva entrare clandestinamente in Brasile nei pressi delle cascate di Foz do Iguaçu”. Pochi sapevano, dunque.

La rete clandestina
L’allora provinciale della Compagnia aveva organizzato una rete clandestina di salvataggio a compartimenti stagni. Molti ne facevano parte, ma nessuno sapeva i compiti degli altri. Se uno dei suoi “uomini” fosse caduto nelle mani dei militari e (dopo essere stato torturato) avesse confessato, l’intero piano sarebbe crollato. A tessere i fili della rete era solo Bergoglio. Neppure il suo mentore, il grande teologo Juan Carlos Scannone, conosceva nei dettagli l’intera operazione. Molti sospetti sul passato di quello che decenni più tardi sarebbe diventato Pontefice, si devono ai suoi incontri con Videla e, successivamente con l’ammiraglio Massera. Episodi reali, ma che vanno letti nell’ottica di un doppio gioco necessario per non essere scoperto. Allora, infatti, i cristiani non allineati entravano automaticamente nel mirino. E Bergoglio rischiava. Soprattutto quando a tutta velocità correva per le strade di Buenos Aires con i ricercati da proteggere nascosti nel bagagliaio, mentre i blindati del regime pattugliavano ogni angolo di strada. Per mascherare il fitto via vai di giovani che entravano a San Miguel, il provinciale gesuita diceva che erano lì per gli esercizi spirituali.

L’interrogatorio a Bergoglio del 2010
Colui che sarebbe stato eletto Papa, “si recò due volte da Videla per chiedere la liberazione di due confratelli”, ricorda Scavo, che aggiunge: “Siccome non aveva modo di farsi ricevere, convinse un confratello che celebrava la messa nella residenza del dittatore a darsi malato e prese il suo posto. Dal colloquio con Videla capì che i due (padre Franz Jalics e Orlando Yorio) erano rinchiusi nelle prigioni della marina. Per cui Bergoglio affrontò l’irascibile ammiraglio Massera“. Bergoglio gli disse: “Guardi Massera, io li voglio indietro vivi. Mi alzai e me ne andai”. In Appendice al volume pubblicato da Emi è riportato il verbale integrale dell’interrogatorio al quale fu sottoposto l’allora arcivescovo di Buenos Aires nel novembre del 2010. Tre ore e cinquanta minuti in cui Bergoglio fu sottoposto a domande “serrate, ripetitive e a tratti asfissianti, per concludere uno dei faccia a faccia più attesi da quanti seguivano i processi alla giunta militare”. Al termine, i tre giudici della corte concluderanno che nessuna responsabilità è ascrivibile al cardinale arcivescovo.

La chiesa argentina sotto la dittatura
A mettere un punto fermo è Alfredo Somoza, letterato ateo e non battezzato il cui nome è incluso nella speciale lista: “La chiesa argentina – dice – si divideva tra una piccola minoranza di resistenti, per la maggior parte uccisi dai militari, un importante settore delle gerarchie che si macchiò di complicità diretta, e un’area indefinita, costituita da sacerdoti e ordini religiosi che, pur non condannando pubblicamente il regime dei generali, nemmeno lo approvarono mai, e spesso riuscirono a salvare la vita a molte persone. Bergoglio e la Compagnia di Gesù si  collocavano sicuramente tra questi”.

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