Lettura e analisi dell'intervista del fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, a Papa Francesco: la riforma della Curia, la Teologia della liberazione e molto altro...

Continua il dialogo tra il Papa della cattolicità e il non credente. Francesco ed Eugenio Scalfari a colloquio. Non più sulle pagine di Repubblica, a distanza. Ma direttamente nella suite numero 201 di Santa Marta, in Vaticano. “Lei mi ha chiesto una lettera chiedendo di conoscermi di persona. Io avevo lo stesso desiderio e quindi son qui per fissare l’appuntamento”, ha detto Bergoglio al telefono: “Vediamo la mia agenda, mercoledì non posso, lunedì neppure, le andrebbe bene martedì?”, prosegue il Papa.

E così i due si ritrovano, si conoscono. Ne è conseguito un colloquio in cui i temi affrontati sono molti: dalla coscienza, all’anima (“lei non ci crede, ma ce l’ha”, dice il Pontefice all’ateo fondatore di Repubblica), dalla curia alla teologia della liberazione. Il quadro che emerge aiuta a capire ancora di più il senso che Francesco vuole dare alla sua missione a guida della “diocesi di Pietro” e quindi della Chiesa universale. Innanzitutto c’è la critica al narcisismo, all’”amore smodato verso se stessi” che può “produrre danni gravi non solo all’anima di chi ne é affetto ma anche nel rapporto con gli altri, con la società in cui vive”. E tra questi, anche “i capi della Chiesa, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani”.

Contro i cortigiani e la visione temporale della Chiesa
Il male del papato, dice Bergoglio, “è la corte, che è la lebbra”. Non si riferisce direttamente e solo alla Curia, Francesco, e lo spiega: “In Curia ci sono talvolta dei cortigiani, ma la curia nel suo complesso è un’altra cosa, è l’intendenza”. Certamente, però, ha un difetto: “è Vaticano-centrica. Vede e cura gli interessi del Vaticano, che sono ancora, in gran parte, interessi temporali. Questa visione trascura il mondo che ci circonda”. Chiarissimo il senso di ciò che il Papa dice: in un futuro non troppo lontano (la commissione chiamata a lavorare alla riforma della curia romana si è riunita oggi per la prima volta) si andrà verso una gestione del potere più orizzontale e meno verticistica. Maggiore peso sarà dato alle chiese locali, alle conferenze episcopali nazionali. Gli otto cardinali consiglieri, spiega, “non sono cortigiani, ma persone sagge e animate dai miei stessi sentimenti”. È la collegialità, il compimento di uno dei punti qualificanti il Concilio Vaticano II. L’attuale visione, spiega Bergoglio, dovrà mutare: “Non la condivido e farò di tutto per cambiarla. La chiesa è o deve tornare a essere una comunità del popolo di Dio e i presbiteri, i parroci, i vescovi con cura d’anime, sono al servizio del popolo di Dio. Non a caso la parola chiesa è diversa dalla Santa Sede”.

Il rapporto con la Teologia della liberazione
Scalfari torna poi su un punto che recentemente è tornato alla ribalta, dopo che il Papa ha incontrato in Vaticano Gustavo Gutierrez, padre della Teologia della Liberazione, qualche settimana fa. Francesco ricorda che “molti suoi esponenti erano argentini” e ammette che “certamente davano un seguito politico alla loro teologia. Molti di loro, però, chiarisce Bergoglio, erano credenti e con un alto concetto di umanità”. Risponde a metà, dunque, il Papa. Eugenio Scalfari gli aveva chiesto espressamente: “Lei pensa che sia stato giusto che Wojtyla li combattesse?”. La posizione di Francesco, a ogni modo, è chiara. Bergoglio è stato vicino alla teologia del popolo formulata da Juan Carlos Scannone, il massimo teologo argentino vivente. Niente marxismo, niente lotta sociale. Ma solo vicinanza alla “cultura, alla religiosità, alla mistica popolare, alla povertà”. Di certo, però, Francesco non vuole più guerre sante dentro la sua chiesa e pensa sia giunto il momento opportuno per chiudere con dispute e battaglie del passato.

Il Papa e i media
Il Papa sceglie dunque di calarsi nel mondo, spiegando la sua visione di Chiesa ai giornali. Non un tentativo di conversione, ma la volontà di attuare un dialogo anche con i non credenti, con quelli che rappresentano la pecorella smarrita da andare a recuperare fuori dal gregge. Francesco abbandona i consueti e tradizionali strumenti del Magistero, come le encicliche. Sa che l’effetto delle sue parole (per nulla casuali) è maggiore se fatto proprio e diffuso dai media che partono da posizioni antitetiche alle sue. Il colloquio con il fondatore di Repubblica non sarà l’ultimo: il Papa e Scalfari hanno già convenuto di ritrovarsi, per parlare anche della “questione delle donne nella Chiesa”.

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