Si fa sempre più largo il fronte di chi ritiene che dietro le analisi di facciata sul disimpegno Usa in MO si nasconda, per Washington, la mancanza di altre opzioni

Gli Usa mettono a punto una nuova strategia per il Medio Oriente. In verità si parla da tempo di un disimpegno degli Stati Uniti da una delle aree più instabili del pianeta, che farebbe parte di un disegno più ampio di riposizionamento sul versante pacifico, il cosiddetto Pivot to Asia, rallentato per il momento dai timori degli alleati europei, come l’Italia, e le bizze di quelli arabi, come l’Arabia Saudita, intimorita, come spiega Reuters, dagli ammiccamenti di Washington con Teheran.

PICCOLE ORME
Ma il progetto delle small footprints, “piccole orme”, prende corpo sempre più, grazie al cambio totale di rotta impresso dall’Amministrazione di Barack Obama in politica estera e difesa, che punta da una parte a un alleggerimento del peso degli armamenti tradizionali e dell’impiego di truppe – grazie a un uso massiccio di droni e a maggiori investimenti nella cybersecurity – e dall’altro alla creazione della Global SOF Network vision, una nuova visione di interazione globale tra le forze speciali statunitensi, SOF l’acronimo inglese, e quelle dei suoi alleati sparsi per il mondo. E, soprattutto, grazie all’emancipazione energetica portata da shale oil & gas.

L’IMPRONTA DI RICE
E nel definire questo piano teso ad evitare il declino americano in un mondo sempre più multipolare, a dar man forte a Obama si è aggiunta Susan Rice, ex Ambasciatore Usa alle Nazioni Unite e nuovo Consigliere per la sicurezza nazionale al posto del dimissionario Tom Donilon.
Che, come svela il New York Times, ha subito tracciato una linea: tre le priorità per la foreign policy americana: negoziati sul nucleare iraniano, mediazione nel dialogo di pace tra israeliani e palestinesi e mitigazione del conflitto siriano. Tutto il resto può passare in secondo piano. Cosa potrà fare la differenza? L’Egitto, un tempo cruciale per gli equilibri Usa in MO.

LA PEDINA EGIZIANA
Il ruolo del Cairo sembra infatti mettere tutti d’accordo, almeno a parole. Per Tamara Cofman Wittes, direttore del Saban Center for Middle East Policy di Brookings Institution, “avere un’agenda per il MO non mette al riparo dagli imprevisti“, ma questo non può costituire un alibi per abbandonare una presenza forte nell’area. Altri osservatori – come Richard N. Haass, che ha lavorato nel Dipartimento di Stato durante la presidenza di George W. Bush e che ora guida il Council on Foreign Relations – credono invece che l’Amministrazione Obama faccia bene a spostare il proprio baricentro altrove, ma che non dovrebbe sottovalutare il peso dell’Egitto nella pacificazione del territorio. Paure che la stessa Rice ha prontamente mitigato, dicendo che gli Usa non intendono comunque lasciare Il Cairo al suo destino, così come la regione.

VERSO IL DECLINO?
Quale che sia la verità, non tutti credono alla teoria del riposizionamento americano verso Oriente. Si fa sempre più largo il fronte di chi ritiene che dietro le analisi di facciata si nasconda, per Washington, la mancanza di altre opzioni. Come Brian Michael Jenkins, senior adviser del presidente di RAND e autore del paper “Al Qaeda in Its Third Decade: Irreversible Decline or Imminent Victory? che per Slate ha elencato le sue dieci ragioni del declino americano in Medio Oriente. Tra queste: un calo di influenza nell’area dovuto a un ruolo sempre maggiore di altre potenze – Cina su tutte – che renderebbe essenziale investirvi maggiori risorse e la contrarietà dell’opinione pubblica degli Usa a nuovi conflitti ritenuti evitabili, emersa recentemente ai primi venti di guerra contro Damasco. Motivi che in ogni caso, disimpegno o meno, renderanno nei prossimi anni il MO un posto molto diverso da come l’abbiamo conosciuto sinora.

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