Dopo tre anni torna il “che fai, mi cacci?”. Nel Pdl sembra di rivivere i giorni dello strappo tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, con l’epilogo della Direzione nazionale dell’aprile 2010. Ma scrutando da vicino interpreti, frangenti personali e strategie politiche, è tutto diverso: il momento del leader, le alleanze (e le squadre) di Fini ieri e Alfano oggi, la contingenza economica che non ammette sbavature, il sostegno del premier Enrico Letta agli alfaniani. E con una variabile immutata: Silvio Berlusconi.

2010
Nella prima Direzione nazionale del PdL convocata il 21 aprile 2010, si consumò l’aspro scontro tra il presidente della Camera e il capo del governo, con un durissimo faccia a faccia culminato con Berlusconi che chiese a Fini di lasciare la presidenza della Camera se avesse voluto fare politica dentro il PdL e la replica dell’ex delfino di Almirante: “Altrimenti che fai? Mi cacci?”. Il fischio finale di quella partita lo decretò la burocrazia, con l’approvazione di un documento che stoppò la nascita di correnti interne, con il voto contrario degli undici finiani.

2013
Tre anni dopo in comune c’è solo l’ammutinamento del delfino, l’avvertimento del leader e le voci di dossieraggi e metodo Boffo invocato dai ministri al governo. Il resto è diverso. Innanzitutto l’excursus. Fini aveva avviato un controcanto nei dodici mesi precedenti all’episodio della Direzione nazionale, marcando le distanze su una varietà di temi strettamente programmatici come l’etica, l’immigrazione, la fecondazione, le unioni civili. Scontrandosi anche con esponenti stessi del Pdl più integralisti oltre che con buona parte dello zoccolo duro dell’elettorato, che vedevano in quella piroetta un tradimento ai valori della destra (e che oggi tenta di ripartire sotto l’ombrello di An). Di contro Alfano non ha toccato un solo punto del programma elettorale pidiellino, ma ha circoscritto lo scontro con il cavaliere sull’appoggio al governo oltre la questione della decadenza. Come se avesse immaginato, sostiene qualche lealista, di potersi assicurare un voucher “di larghe intese” anche dopo il voto del Senato contro Berlusconi. I governativi si difendono sposando la tesi del principio di autodissolvimento che ormai è stato avviato nel Pdl e che va accompagnato staccandosi dalla frangia dei falchi (quindi addio a Forza Italia e a Marina candidata in pectore) e caldeggiando la nascita dei Popolari italiani con la sponda europea. Nel tentativo di costruire un centrodestra moderno e non populista da contrapporre al nuovo Pd targato Matteo Renzi.

La contesa
Solo 24 ore fa l’ex segretario del Pdl aveva detto: “Berlusconi sostenga il governo anche se decade. Il suo caso giudiziario non è chiuso, ma se andassimo al voto oggi non sarebbe candidabile”. Parole che i lealisti avevano sottoposto al cavaliere, invocando una replica ufficiale e sostanziosa, che non si è fatta attendere. “Anche Fini e altri ebbero due settimane di spazio sui giornali, ma poi è finita come è finita” ha detto nell’intervista all’Huffington Post. Rispetto al 2010 anche Berlusconi sconta non pochi acciacchi: qualche falco azzarda a dire che “trentasei mesi fa Alfano sarebbe stato crocifisso”. Ma oggi ci sono le vicende giudiziarie a distrarre Berlusconi, con il consiglio nazionale del prossimo sabato a fare da cornice ad una conta praticamente già fatta. Verdini assicura che i numeri sono dalla loro parte, ma intanto gli alfaniani registrano l’endorsement del premier che dice: “Il cupio dissolvi non porta a niente”. Certo, rispetto al “che fai mi cacci” finiano Alfano ha dalla sua gente del calibro di Lupi, Quagliariello, Mauro e Formigoni, che secondo uno dei nuovi sostenitori dei Popolari italiani “non sono certo come Bocchino, Perina e Granata”.
E allora, stessa spiaggia, ma forse non lo stesso mare. Né tantomeno i marinai in acqua.

twitter@FDepalo

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