Alla vigilia del semestre di presidenza europeo, greco e italiano nel 2014, e alla luce di fatti di cronaca che la stragrande maggioranza dei cittadini europei fatica a decrittare (caso marò, intercettazioni internazionali, leggi finanziarie imposte dalla troika), prima di invocare gli Stati Uniti d’Europa non sarebbe il caso di interrogarsi su quale sia, ad oggi, la sovranità nazionale dei singoli membri del club Ue? E ancora, in che misura immaginare di ritagliare uno spazio comunitario per le singole istanze territoriali quando ad esempio il ruolo di porta Mediterranea non vale all’Italia un sostegno concreto sul fronte immigrati?

Autonomia o periferia dell’impero è la riflessione a proposito del ruolo di nazione che, alla vigilia di una delle consultazioni europee più complesse che si ricordi e alla luce dei movimenti antieuro esponenzialmente cresciuti (sempre nel pieno della bufera sull’eurocrisi finanziaria non ancora sopita), dovrebbe essere approfondita per tarare al meglio gli orizzonti della nuova casa comune continentale. Ragion per cui si rende imprescindibile veicolare tali perplessità non solo agli addetti ai lavori, ma anche ai cittadini che sempre più spesso subiscono una contingenza anomala senza comprenderne sufficientemente riverberi e dinamiche. Gli spunti dei padri fondatori dell’Unione, Konrad Adenauer, Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi sono stati oggi disattesi?

Da una parte, il desiderio di un mondo privo di ostacoli alla libera circolazione di persone, imprese e capitali, ma rispettoso di culture ed usi locali, così come riflette il prof. Stelio Campanale, docente di diritto degli scambi Internazionali alla LUM di Casamassima (Ba), dall’altra la pretesa dei cittadini all’assistenza e tutela da parte del proprio stato anche oltre i confini nazionali: come possono coniugarsi con un crescente anelito, da parte di cittadini e comunità, a vedere accolte le proprie specifiche istanze locali a scapito di interessi superiori e transnazionali? “Prima di immaginare lo scenario futuro rappresentato degli Stati Uniti d’Europa, sarebbe utile che si riflettesse analiticamente sul ruolo dei singoli stati membri e sul peso specifico delle singole sovranità nazionali”, osserva il docente che all’argomento ha dedicato il pamphlet “Le funzioni diplomatico-consolari -strumento delle relazioni internazionali” (Cacucci Editore), sui cui si svolgerà una tavola rotonda venerdì 8 novembre a Bari.

Un’occasione per riflettere su come la contingenza di eventi apparentemente disarticolati fra loro ma intimamente connessi alla voce “sovranità nazionale mancata”, ci impongono non solo una riequilibratura del concetto di Europa, quanto un’analisi netta e franca su come l’ente centrale e quello locale debbano affrontare poi tali emergenze. Il caso immigrati a Lampedusa, ad esempio, cosa ci insegna, che siamo una terra di passaggio, quindi dobbiamo aprire la “nostra porta” ai profughi anche se l’ente internazionale preposto, il Frontex, ha sede nella lontanissima Varsavia? O il caso siriano, su cui, come su molti altri, il rischio è che nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Uniti, dove uno Stato pesa per un voto, non si discuta per il timore di non trovare l’accordo (si veda il protocollo di Kyoto)?

Ce n’è abbastanza per mettere l’accento su quanto conti inoltre la poca convinzione di molti euroburocrati, si veda il commissario agli esteri Catherine Ashton, in un caso spinosissimo come quello dei Marò italiani, o sul fatto se realtà come Nazioni Unite, Wto, Ue corrano il rischio di apparire superate. Nella consapevolezza che mentre ieri Camillo Benso conte di Cavour inviava i bersaglieri in Crimea, quasi per segnare il territorio, oggi l’Italia guarda allo scacchiere geopolitico mondiale con molti (forse troppi) punti di domanda irrisolti.

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