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5 (e più) domande ai candidati alle primarie del Pd

L’intenso e a tratti aspro dibattito nel Pd, se da un lato appassiona il suo ceto politico, dall’altro induce a chiedersi se esso non debba prestare un’attenzione sempre maggiore a contenuti riferiti al futuro del Paese e delle sue Istituzioni, e a quelli ormai ineludibili dei suoi assetti produttivi, della collocazione in Europa, della sostenibilità economica del welfare, di come abbattere il debito pubblico e governare il mercato del lavoro.

Mentre la delegazione del Pd al Governo ogni giorno deve confrontarsi con problemi drammatici, individuare risorse, assumere decisioni, deliberare, scegliere e, insomma, governare; e mentre ogni giorno le delegazioni parlamentari del Pd devono lavorare nelle Commissioni e in aula per valutare e approvare (anche cambiandoli) i provvedimenti del Governo e produrre leggi anche su iniziativa parlamentare, misurandosi con la drammatica complessità dei problemi del Paese, i vari candidati alla Segreteria si confrontano con durezza, ma su cosa poi in realtà? E intanto, rispetto al lavoro parlamentare del Pd e del Governo, cosa dicono nel merito?

Ora, senza alcuna presunzione – che una volta si sarebbe definita di “mosca cocchiera” e con rispetto per il dibattito e il travaglio di una grande forza della Sinistra riformista europea, peraltro impegnata in un governo di larghe intese – si propongono alcuni temi di riflessione e si avanzano alcune domande a dirigenti e militanti.

1) Che ruolo avrà nella constituency del Partito dei prossimi anni il lavoro salariato di fabbrica? Esso regge, insieme all’imprenditoria, il peso prevalente della competitività del sistema Italia, ma non partecipa in misura adeguata alla ripartizione della ricchezza che contribuisce a produrre. È sostenibile tale situazione? Il Pd, oggi, è minoritario nelle fabbriche, ove nuove leve di operai qualificati, tecnici, quadri e giovani manager non guardano più a chi sembra appassionarsi solo al futuro possibile, temuto o auspicato, di qualche giovane leader.

2) Quali scelte si propongono per l’industria nazionale? Le vicende dell’Ilva, con le connessioni settoriali emerse – facendo scoprire all’opinione pubblica il ruolo della maggiore fabbrica manifatturiera del Paese – ci dicono anche con le leggi approvate dal Parlamento per assicurarne il prosieguo dell’attività produttiva, nel rispetto di rigidi parametri di contenimento delle emissioni nocive, che comunque bisognerebbe difendere le grandi industrie pesanti, contro un estremismo ambientalista che ne vorrebbe, invece, una progressiva dismissione, ritenendole non risanabili sotto il profilo ecologico. Il Pd, al di là delle posizioni di deputati e senatori che si sono spesi per convertire in legge i decreti sull’Ilva, cosa ne pensa?
E i candidati alla segreteria cosa pensano in proposito? Può l’Italia fare a meno di quelle fabbriche e delle loro produzioni, ancorché debbano essere sempre più ecosostenibili ? Non si diano risposte formali perché in periferia, le opinioni dei militanti sono molto diversificate. A Piombino, ad esempio, diecimila persone guidate dal Sindaco del Pd scendono in piazza per difendere l’ultimo altoforno della Lucchini, ma a Taranto il Pd ha una posizione debole nei confronti di alcuni settori dell’ambientalismo locale che perseguono con assoluta determinazione la linea della dismissione dell’Ilva, sia pure sul medio periodo.

3) Sul controllo pubblico di Eni, Enel, Finmeccanica ecc, la posizione del partito è quella del vice ministro dell’Economia Stefano Fassina – in dissenso su altre privatizzazioni – o quella di coloro che vorrebbero una seconda ondata di vendite, dopo la prima degli anni ’90?

4) Quale politica per il Sud? Si avrà il coraggio di dire una volta per sempre che nel Meridione le risorse comunitarie andrebbero concentrate solo sulle aree veramente più deboli, da cui escludere larghe zone di alcune regioni, in cui – se proprio non le si volesse sottrarre all’impiego di quei fondi – il loro godimento andrebbe almeno attenuato? Serve un generico meridionalismo d’antan che non persuade più nessuno?

5) Politiche vere, concrete, quotidiane, di lotta all’evasione fiscale si vuole che siano effettivamente attuate, con un percepibile incremento del gettito di cassa, o dovremo rassegnarci ad ascoltare ogni giorno dati allarmanti sul sommerso che non si riesce, e forse non si vuole, scardinare?

6) Sulla spending review, il Pd, o almeno i suoi gruppi parlamentari, i suoi esperti, i suoi gruppi di lavoro a Via del Nazareno, sono in grado di avanzare precise proposte di merito sui vari capitoli di spesa dello Stato indicandone tagli, riduzioni, contenimenti in un arco temporale di alcuni anni ?

Signori candidati Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella, nel merito di quanto chiesto in precedenza cosa rispondete? Cosa proponete? I vostri staff, se ne avete costituiti, stanno lavorando su questi temi, o su altri similari? Ci potete dare lumi al riguardo?

Sono temi schematicamente accennati, certo, ne siamo consapevoli, ma si suggeriscono ad un Pd che deve tornare ad essere capace di appassionare i suoi militanti e interessare tutti coloro che potrebbero – il condizionale è d’obbligo – guardare di nuovo con interesse a questa forza della Sinistra riformista europea.

Ma cambiali in bianco non se ne firmano più. Né al Pd né ad altri.

Federico Pirro – Università di Bari – Centro Studi Confindustria Puglia

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