Difficile dire se i No Tav siano fascisti. Difficile perché prima bisognerebbe definire cosa significhi oggi l’etichetta di fascista. E ancora più difficile perché, prima di rispondere alla domanda, bisognerebbe capire di quali No Tav parliamo, chi siano oggi i No Tav, cosa abbiano a che fare con il movimento No Tav le persone responsabili delle violenze scatenate a Roma ieri e nelle scorse settimane.

Già a partire dal 2006-2007, il no all’alta velocità ferroviaria Torino-Lione è diventata una sorta di bandiera dell’antagonismo, dell’anti-Stato. E non è un caso che l’allora ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro denunciasse, con il linguaggio colorito a lui consueto, l’infiltrazione nel movimento dei “disoccupati organizzati napoletani, dei no Dal Molin, degli omosessuali della Baviera, dei black block greci”.

Insomma, le insegne No Tav sono diventate nel corso degli anni una specie di super-simbolo globale dell’antagonismo. Che ha del tutto spogliato il movimento originario delle sue rivendicazioni localistiche. Ormai, quando si parla di No Tav, non si parla più dell’impatto ambientale che la nuova linea ferroviaria potrebbe avere in Val di Susa, ma si fa riferimento unicamente a manifestazioni, scontri, cariche della polizia, devastazioni urbane.

Scriveva ieri una giornalista, con l’ironia a lei consona, “poi magari qualcuno mi spiega perché per difendere un territorio occorre devastarne un altro”. La triste risposta, cara Tiziana, è perché ormai la difesa del territorio è uscita completamente dai radar di chi manifesta sotto quella bandiera. Al punto che le parole d’ordine degli improvvisati comizi di ieri erano contro il Pd “corresponsabile di questo governo” (pensa un po’, lo sostiene in Parlamento ed esprime il premier…), contro gli agenti delle forze dell’ordine “servi di questo governo infame” e in generale contro tutte le gradi opere, “l’unica grande opera, casa e reddito per tutti”.

Parole che, oltre a quel tanto di stantio per l’apparire ripescate dal baule del lessico anni ’70, dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio come il no alla Tav Torino-Lione sia rimasto poco più che un pretesto per far casino e mettere periodicamente a ferro e fuoco le città.

Possono dunque queste persone essere considerate fasciste? Potremmo anche dire di sì, se pensiamo alla violenza, all’intolleranza e alla carica sovversiva propria del fascismo delle origini.

Ma secondo me poco importa l’etichetta che si usa. Chi assalta una sede del Pd nel centro di Roma non pensa di bloccare i lavori in Val di Susa, pensa di fare casino, ottenere visibilità, esprimere la sua carica antistatalista “a prescindere”, come avrebbe detto Totò. Chiamiamoli fascisti, se vogliamo, poco importa, più importante sarebbe togliere loro ogni alibi e smettere di chiamarli No Tav.

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