Dell’originario significato della parola europeismo oggi resta ben poco. L’europeismo è un contenitore di sentimenti ambigui che tentano di convivere (male) in un quadro di riferimento che dal 1999 è stato strutturalmente cambiato perché gli obiettivi olistici di pace, sviluppo armonioso, crescita sostenibile, rispetto ambientale, solidarietà, e miglioramento del tenore e della qualità della vita, sono stati svuotati di significato reale. I diritti derivanti da quegli obiettivi, benché già normati a livello europeo, sono inesigibili perché sostituiti da un unico “obbligo di risultato”: realizzare, a qualsiasi costo, la “crescita vigorosa”.

Dopo 15 anni si può facilmente constatare che il “vigore” non si è visto e che la “crescita” si misura solo in termini di recessione e diseguaglianze sociali. Ancora oggi sul sito ufficiale dell’eurozona campeggia il messaggio: “Crescita e Lavoro” (sic!).

Abbiamo una moneta ‘astratta’ che, diversamente da chi l’aveva voluta, agisce in 17 Stati con metodi “robotizzati” contro gli obiettivi che gli europeisti avevano sottoscritto. Ad essa si aggiungono altre 11 monete ‘tradizionali’ perché ancora nazionali.

Dell’Unione, sia essa monetaria o economica, si vedono tratti discontinui e spesso contraddittori. In conseguenza, considerare i dati macro economici dei 28 paesi membri dell’UE in termini aggregati, come fanno spesso i difensori d’ufficio dell’europeismo, è azzardato e mistificatorio. Essi confondono, infatti, la burocratica UE con il mercato unico europeo che non è sinonimo di Unione Economica. Il mercato unico fu la migliore realizzazione tangibile dell’europeismo ma, dopo gli effetti della globalizzazione commerciale, esso non rappresenta più una specificità europea ma il paradigma comune di un sistema economico mondiale. Se il mercato unico europeo vuole sopravvivere all’onda d’urto della globalizzazione non resta ormai altra alternativa che fondersi in una zona di libero scambio ancor più ampia che includa l’America del Nord e magari anche alcune aree del Nord Africa o della Russia.

L’integrazione europea è a un bivio, sospesa tra regressione e rilancio?

Purtroppo, la domanda non è retorica.

Siamo convinti che l’Europa prevista nei Trattati, da quello di Maastricht a quello di Lisbona, debba e possa esistere. La domanda di Europa è forte in quasi tutto il mondo, ma è ai minimi storici all’interno del suo territorio, tra i suoi popoli. L’inversione di tendenza sull’essere europeisti è misurabile in modo molto marcato dal 2001 quando i cittadini europei hanno percepito che la “crescita vigorosa” non era un surrogato dello “sviluppo armonioso”, ma che essa celava un’indicibile ingiustizia. Un’ingiustizia grave perché disattendeva le speranze, umiliava le identità e la dignità di coloro che, popoli, nazioni e Stati, erano proprio i principali azionisti e potenziali fruitori dell’Europa.

Nel tentativo di correggere la percezione negativa installatasi nell’immaginario dell’europeo medio, gli apologeti dell’europeismo hanno organizzato vistose campagne di informazione e di propaganda a favore dell’Europa. L’europeismo non è sbagliato nella sostanza ma è stato sconfitto dalla realtà dei fatti. Questi ultimi contano molto di più nelle pance dei popoli che i grandi ideali. Unione Sovietica docet!

L’Europa per continuare il suo cammino iniziato più di 1000 anni fa ha bisogno di uno choc qualitativo, anagrafico e culturale. Una nuova generazione di europei Pro-Europe deve sostituire i consunti cantori dell’europeismo sconfitto. Questo cambiamento dovrebbe iniziare già nel funzionariato delle istituzioni europee, massicciamente pre-pensionando e reclutando nuove forze e saperi. Mentre le tecno-burocrazie tentano malamente di difendere lo statu quo, questa voglia di Europa nuova, perché la si vuole diversamente unita, sarà certamente rappresentata nel Parlamento europeo dopo le elezioni del maggio 2014.

Il federalismo europeista non basterà più a sedurre e a convertire gli animi degli europei. È un’idea razionalista che si ripropone fuori tempo massimo ai popoli europei. Non è per caso che finanche la Germania, che è uno stato federale, stia per introdurre il referendum popolare su tutte le questioni strutturanti che riguardano le decisioni europee. Per il federalismo si deve poter contare sulla volontà sovrana che si esprime nel potere di governo che si federa. Federare non è sinonimo di delegare o cedere quote di sovranità. Poiché è proprio l’elemento essenziale, la sovranità e il potere di governo, che dal 1999 è stato cancellato a favore di una tecnostruttura robotizzata che gestisce gli Stati con un controllo remoto, il federalismo europeista è ormai una finzione, irrealizzabile nei suoi aspetti sostanziali.

Al rinascimento dell’Europa, l’alternativa è il suo declino, frammentato e inesorabile.

Per questa ragione si deve essere Pro-Europe!

L’urgente necessità di essere Pro-Europe emerge da molti interventi autorevoli. Dal potente raggruppamento tedesco dell’Alternativa per la Germania (AfD) ai molti gruppi politici di estrema sinistra e di estrema destra in tanti paesi europei, e ai grillini italiani. Illustri professori di diritto, economisti, sociologi, scrittori indipendenti, e consiglieri illuminati delle tecnostrutture e del parlamento europeo si uniscono al coro di voci che chiedono una nuova Europa, diversamente unita, per non farci rubare la speranza del futuro.

Il grido d’allarme e di speranza “Europe, reveille-toi!” risuona in molte menti europee, russe, cinesi e americane.

Su un punto i dirigenti europeisti d’antan hanno ragione: il populismo anti-europeista porta alla frammentazione del continente europeo. Però gli stessi europeisti tacciono nell’individuare la causa principale, da essi stessi subita, dello stato di cose attuale.

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