Fino a oggi, la migliore e più dettagliata ricostruzione dell’ultimo Conclave è quella fornita dalla giornalista argentina Elisabetta Piqué, corrispondente per l’Italia e il Vaticano del quotidiano “La Nacion”. Nel suo ultimo libro, “Francesco – vita e rivoluzione” (Lindau), Piqué ripercorre i momenti salienti di quei convulsi giorni di marzo, ma racconta anche molto di più. Lei, infatti, ha il privilegio di essere amica di Jorge Mario Bergoglio. Rivela momenti passati insieme all’allora cardinale argentino, dal pranzo natalizio del 2012 in curia a Buenos Aires (un ottimo agnello patagonico, ricorda) e mette nero su bianco l’emozione per aver ricevuto, il giorno dopo l’elezione, alle ore 9.55 del mattino, la telefonata del nuovo Papa sul cellulare. A livello giornalistico, naturalmente, il clou è rappresentato dalla scansione fotogramma per fotogramma del Conclave. Dalla mattina, quando Bergoglio lascia prestissimo la residenza di via della Scrofa, alla sera del primo giorno, quando si apparta, forse consapevole che su di lui si stanno convergendo sguardi attenti.

LA RICOSTRUZIONE DEL CONCLAVE

Inannzitutto, Piqué parte dalle candidature ritenute più forti: l’arcivescovo di Milano Angelo Scola e quello di San Paolo del Brasile, Odilo Pedro Scherer. Quest’ultimo, in particolare, sarebbe spinto “da un gruppo di cardinali della curia della vecchia guardia diplomatica, fra cui gli italiani Giovanni Battista Re e Angelo Sodano, che ha avuto l’idea gattopardesca di proporre Scherer”. Ma l’operazione Scherer, nota la giornalista argentina, naufraga già il 2 marzo. E poi c’è Scola, il grande favorito (stando ai titoli dei giornali). In realtà, nota Piqué, la prima votazione è stata molto dispersiva, “sono comparsi più di dieci nomi”. L’arcivescovo di Milano è colui che ha preso più voti (circa trenta), molti meno del previsto. Bergoglio si sarebbe fermato a venticinque. Va detto che altre ricostruzioni, più o meno verificate, raccontano che Scola si sarebbe fermato ben sotto la soglia dei trenta voti e che la sua candidatura sia sfumata già al primo scrutinio.

SCOLA NON SFONDA E SCHERER NAUFRAGA

L’autrice si sofferma dunque sul perché l’arcivescovo di Milano non abbia sfondato. “Non convince del tutto”, sottolinea la corrispondente della Nacion; addirittura qualche eminentissimo “a bassa voce” dice che “quando parla ci vorrebbe un interprete”. Il primo scrutinio, così, si conclude in un nulla di fatto. Alla sera, a Santa Marta, Bergoglio cena con il connazionale Leonardo Sandri. Quest’ultimo, affetto da faringite (il futuro Papa Francesco lo guarda ed esamina l’antibiotico prescritto al “collega”), gli dice profeticamente: “Preparati, caro mio”. Al mattino dopo, già si delinea l’esito finale. Bergoglio nella notte ha dormito molto poco, come se sentisse che di lì a poche ore qualcosa sarebbe cambiato. Alle 11.39 esce la seconda fumata nera. Niente di fatto neppure nelle due votazioni del mattino. Eppure, nella Sistina la svolta è vicina: “Bergoglio è in vantaggio. Sia nella seconda che nella terza votazione di stamattina è stato il più votato, raccogliendo più di 50 voti e superando gli altri papabili”, scrive Piqué, che aggiunge: “E’ chiaro che la candidatura di Scola non decolla, così come quelle del canadese Ouellet e di Scherer, il brasiliano candidato dagli anti-riformisti, come hanno semplificato alcuni vaticanisti”. Il pranzo, come già accaduto nel 2005, prelude all’elezione: “Le tre ore e mezza di pausa rivelano che non si può tornare indietro, è chiaro che per la prima volta nella storia della Chiesa oggi il papato attraverserà l’oceano Atlantico. La dinamica psicologica pro-Bergoglio sembra inarrestabile e il cosiddetto effetto domino è irreversibile”. Tutto è compiuto, dunque, manca solo il passaggio nell’urna. Ma Bergoglio “si è ormai reso conto che è arrivata la sua ora” e a pranzo mangia poco, seduto allo stesso tavolo del cardinale Oscar Maradiaga (poi nominato coordinatore del gruppo di porporati incaricati di riformare la curia romana).

IL GRUPPO CHE NON VUOLE BERGOGLIO PAPA

Tuttavia, non tutti vogliono che l’arcivescovo di Buenos Aires diventi Papa. “Durante quello stesso pranzo, anche se è evidente che ormai si gioca a carte scoperte – si legge nel libro –, continuano le manovre per boicottare il cardinale argentino; una lobby a lui contraria diffonde la voce che gli manchi un polmone”.

IL MISTERO DELLA SCHEDA IN PIU’ NELL’URNA

Tornati nella Sistina, si svolge il quarto scrutinio. Bergoglio è vicinissimo alla soglia magica dei 77 voti, “ormai non c’è alcun dubbio sul fatto che stia per diventare Papa”. Alla quinta votazione accade una cosa inaspettata, di cui Formiche.net aveva già dato conto qualche settimana fa, sulla base della prima edizione del libro di Piqué pubblicato in Argentina: ci si accorge che nell’urna è stata depositata una scheda in più. Probabilmente, a un eminentissimo è sfuggito che un cartellino era rimasto attaccato alla scheda sui cui era stato regolarmente scritto il nome del prescelto. Come prescrivono le norme, immediatamente la votazione fu dichiarata nulla, senza neppure procedere allo spoglio. Si procedette così a un nuovo scrutinio, l’ultimo.

UN’ELEZIONE NON PLEBISCITARIA

Jorge Mario Bergoglio è eletto Papa, “sfiora i novanta voti“, scrive Piqué, che si lascia andare all’emozione e scrive che è stato “un plebiscito”. In realtà, se nel 2005 si parlò di elezione “risicata” per Ratzinger, che secondo la ricostruzione più attendibile e accreditata ottenne ottantaquattro voti, è difficile pensare che “sfiorare i novanta” rappresenti una situazione molto diversa. Il fatto è che, se questi sono i numeri, fino all’ultimo c’è stato uno zoccolo duro di cardinali (quasi una trentina) che ha negato il voto al primate argentino. Forse, gli stessi cui si riferiva Piqué mentre raccontava i retroscena della pausa pranzo del 13 marzo. Finalmente, poi, viene sfatata la leggenda della frase colorita che il neoeletto avrebbe detto al Maestro delle Cerimonie, mons. Guido Marini, mentre questi gli porgeva la mozzetta rossa di velluto: “Non è carnevale” o “E’ finito il Carnevale”, si era detto all’indomani dell’elezione. In realtà, spiega l’autrice, “è una versione poco verosimile” e Francesco si sarebbe limitato a un più sobrio “No, grazie”.

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