Non solo i finanziamenti statali a giornali e settimanali di partiti politici e cooperative, poi riformati a favore degli organi di informazione reali e con un bacino effettivo di lettori.

Non solo le rilevanti agevolazioni fiscali per l’acquisto di carta e le spedizioni postali.

Ma anche un flusso di risorse considerevoli derivanti dalla pubblicità istituzionale delle amministrazioni regionali e locali.

L’universo dei quotidiani cartacei gode di erogazioni e facilitazioni pubbliche che contribuiscono a fronteggiare la crisi editoriale e il calo verticale degli investimenti commerciali. Ma a prezzo di un’evidente disparità rispetto ai media on line, nuova frontiera del giornalismo.

Partiamo dai dati.

Le cifre della pubblicità istituzionale degli enti locali
È sufficiente leggere l’ammontare delle risorse e degli spazi della “pubblicità istituzionale” di regioni, province, città, comunità montane sulla carta stampata. Voce che include gli annunci pubblici relativi all’attività amministrativa: bandi, concorsi, gare d’appalto, decisioni giudiziarie, aste, iniziative turistiche, culturali e artistiche. Il Rapporto pubblicato dall’Osservatorio stampa della Federazione delle concessionarie di pubblicità sul fatturato degli avvisi istituzionali degli enti locali nei quotidiani fornisce cifre significative. Tra gennaio e agosto 2013 si registrano 11.961 spazi complessivi, in calo del 2,4 per cento rispetto all’anno scorso, per un ammontare economico di 86,254 milioni di euro, pari a -8,8 per cento se confrontati con i 94,566 milioni del 2012. Numeri importanti se pensiamo che nello stesso arco di tempo il volume totale delle inserzioni pubblicitarie sui giornali cartacei ha raggiunti i 519,040 milioni di euro. Con una riduzione ben più vistosa del 22,4 per cento dai 668,820 milioni della stagione precedente.

Nel complesso, comunque, il totale del fatturato della pubblicità istituzionale sui giornali per l’intero 2012 è stato di 135,350 milioni di euro; ammontare che comprende anche le inserzioni delle amministrazioni statali.

La cornice legislativa e i tentativi di cambiamento
Una realtà così rilevante in termini finanziari è frutto di una cornice normativa che si è rivelata impermeabile a trasformazioni. Punto di partenza è la legge 67 del 1987, riguardante il riassetto del panorama editoriale in un’epoca che ancora non aveva conosciuto la rivoluzione telematica. Un complesso di regole che obbligano le amministrazioni statali e gli enti pubblici territoriali a destinare il 50 per cento delle spese per la pubblicità istituzionale alla carta stampata. Ma che appaiono obsolete e meritevoli di revisione nel panorama informativo del terzo millennio. Fu così che nel 2009 la legge 69 del 2009, fortemente voluta dall’allora responsabile per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta per facilitare lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, lo snellimento del processo civile, previde all’articolo 32 “il progressivo superamento della pubblicazione degli annunci legali delle amministrazioni in forma cartacea a vantaggio dei siti web istituzionali”.

A partire dal 1 gennaio 2010, l’unico canale informativo obbligatorio di bandi e avvisi di regioni ed enti locali avrebbe dovuto essere il loro portale on line. E dall’inizio del 2013 le pubblicazioni in forma cartacea avrebbero perduto ogni effetto giuridico, restando soltanto un mezzo integrativo per farle conoscere meglio ai cittadini “nei limiti di bilancio”. Le previsioni normative di oltre 4 anni fa non sembrano essere state applicate nella loro pienezza. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, unico organismo istituzionale incaricato di vigilare sul rispetto delle disposizioni di legge in tema di editoria, non possiede dati aggiornati. Ma, a dispetto dei parametri del Patto di stabilità interno e della spendig review, le amministrazioni locali hanno proseguito nella pubblicazione massiccia di annunci e bandi sui giornali.

Consapevole di tale tendenza e animato dal desiderio di riequilibrare le risorse degli enti territoriali tra i diversi media, nella passata legislatura il parlamentare della Lega Nord Nunziante Consiglio ha provato a cambiare le cose. Nella seduta della Camera dei deputati del 3 aprile 2012, dedicata ad attività di sindacato ispettivo, il rappresentante del Carroccio ha presentato un ordine del giorno che traeva spunto dalle esigenze di utilizzo parsimonioso del denaro pubblico. Rimarcando “l’enorme e ingiustificabile squilibrio tra il 15 per cento di risorse per pubblicità istituzionale locale destinate a radio e tv locali e il 50 per cento a favore della carta stampata”, Consiglio chiedeva di “bilanciare gli investimenti in proporzione ai contatti giornalieri che i media garantiscono. Aumentando al 35 per cento la percentuale radio-televisiva locale e riducendo al 30 quella per i giornali cartacei”. L’iniziativa, liquidata come inammissibile dall’esecutivo guidato da Mario Monti e dal ministro dell’Economia Vittorio Grilli, fu respinta dall’Aula.

Le scelte del governo Monti
Poche settimane più tardi – l’11 maggio 2012 – il governo dei tecnici convocò un Consiglio dei ministri per “razionalizzare, semplificare, rendere trasparente e migliore la qualità dei contributi pubblici agli organi di stampa”. Prospettando come bussola tre esigenze: “Contribuire al conseguimento del pareggio di bilancio pubblico. Indirizzare le imprese verso l’innovazione e la trasformazione del mercato. Tutelare il pluralismo e sostenere prodotti editoriali reali”. Requisiti che avrebbero dovuto guidare le istituzioni “nel coordinamento degli spazi dedicati alla pubblicità istituzionale, anche per una maggiore razionalizzazione della spesa complessiva”.

Ma l’impegno solenne è rimasto sulla carta. Anzi, è stato sconfessato da un provvedimento varato dall’esecutivo Monti nell’autunno dello stesso anno. Come emerso in una denuncia promossa dal Movimento Cinque Stelle siciliano, la legge 190 approvata il 6 novembre ed entrata in vigore il 28 novembre 2012, nota come “pacchetto anti-corruzione”, presenta un comma passato sotto silenzio. Che stabilisce una proroga “sine die” dell’obbligo di pubblicità dei bandi di gara di comuni e regioni su due quotidiani nazionali e due giornali locali. Un cavillo che vanifica l’orientamento fissato nel 2009, non influenza il comportamento delle imprese interessate ad appalti resi pubblici sulla Rete, comporta un esborso rilevante per gli enti territoriali.

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