Come stanno in salute le carceri italiane? Quali sono i numeri che indicano deficienze ed emergenze? Potrà essere sufficiente liberare un numero di detenuti a fronte di un problema sistemico grave e da sempre sottovalutato dalla politica? Perché non si costruiscono nuove carceri nonostante il tema del sovraffollamento sia noto a tutti i vertici politici ormai da anni?

Ecco un piccolo vademecum per districarsi nel delicato e controverso mondo carcerario italiano nel giorno in cui il pacchetto sulle carceri è stato approvato in Consiglio dei ministri.

NUMERI
Dal 2008 al 2012, la popolazione carceraria negli istituti italiani è cresciuta da 59 a 66 mila (il 40% dei quali in attesa di giudizio), mentre la capacità è cresciuta a 43.012 a 45.585. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, associazione che da anni si occupa analiticamente della questione, ci sarebbero oltre 140 detenuti ogni 100 posti letto, contro una media europea del 99,6%. Tra l’altro il Paese dieci mesi fa era stato condannato dalla Corte Europea dei diritti umani per lo stato delle proprie strutture carcerarie. I giudici di Strasburgo avevano stabilito, all’unanimità, che sette detenuti – tre nel carcere di Piacenza e quattro in quello di Busto Arsizio – costretti in celle troppo anguste (3 metri quadri) e in una generale situazione di sovraffollamento, dovevano essere risarciti per danni morali. Un quadro desolante a cui si deve aggiungere la nota dolens delle violenze e delle morti in carcere, come il noto caso legato a Stefano Cucchi.

RICHIAMO DEL COLLE
Pochi giorni fa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione di una telefonata a sorpresa ai detenuti del carcere di San Vittore, a Milano, che assistevano in diretta tv col ministro della giustizia Annamaria Cancellieri alla ‘Traviata‘ aveva detto: “Nelle carceri italiane trattamenti disumani e degradanti. Mi sono ispirato ai voi per il mio messaggio alle Camere. Spero che dal parlamento vengano decisioni giuste che tengano conto della sofferenza di quanti, oltre a dover pagare il proprio conto con la giustizia, vengono sottoposti a trattamenti degradanti e disumani”.

STRUTTURE
La situazione delle strutture italiane è controversa e lontana dall’essere armonizzata con interventi legislativi e esigenze reali della popolazione carceraria. Alcune carceri mandamentali, ovvero istituti molto piccoli, localizzati in provincia, come Genzano di Lucania, Pisticci, Casalbordino a Pescia, sono chiuse. Altre ristrutturate e inutilizzate, altre con lavori ancora in corso (e in ritardo sulla tabella di marcia). Ad oggi le circa cinquanta Case Mandamentali d’Italia non sono più gestite dal Dap dal momento che economicamente non conviene più: a fronte di una trentina di detenuti presenti, ci sono ben quaranta agenti, con spese spropositate rispetto alle reali esigenze. Perché fino ad oggi non si è favorito il sistema carcerario italiano con quelle strutture già esistenti? In programma vi sarebbe la costruzione di nuove strutture a Pordenone e Camerino, con inconvenienti di carattere logistico per via di località oggettivamente fuori mano. A Reggio Calabria si registra l’assurdità del caso di Arghillà, struttura con capienza da 300 posti ma chiusa da due decenni. Il motivo? Mancano servizi primari come acqua, strade e strutture per gli agenti.

twitter@FDepalo

Condividi tramite