Conversazione di Formiche.net con l'economista Riccardo Realfonzo, da anni uno dei punti di riferimento dei critici dell'austerity da un'impostazione di sinistra progressista, che analizza le posizioni del Partito Democratico rispetto alle pulsioni anti euro di Grillo e Berlusconi. E sulle prossime elezioni europee dice...

Schiacciato tra le dichiarazioni contro la moneta unica di Grillo manifestate durante lo scorso V-Day e le tesi anti-austerità di Lega e Berlusconi, il Partito Democratico rischia di essere il grande sconfitto delle prossime elezioni europee, quando con molta probabilità a prevalere negli elettori sarà un sentimento ostile a Bruxelles e alle sue politiche incentrate sul rigore.
Ad esserne convinto è Riccardo Realfonzo, professore ordinario di Fondamenti di Economia Politica all’Università degli Studi del Sannio, che in una conversazione con Formiche.net spiega perché il Pd non può rimanere silente su ciò che accade in Europa.

Dopo il discorso di Grillo durante il V-Day, l’unica forza politica a non essersi espressa chiaramente sulla politica monetaria dell’Unione europea è il Pd. Non rischia di rimanere schiacciato tra le dichiarazioni del comico genovese e le tesi anti-austerità di Lega e Berlusconi?
Non c’è dubbio che Grillo e Berlusconi cavalcheranno sempre più la contestazione che monta contro l’euro e contro i vincoli dell’Unione Monetaria, soprattutto in vista delle elezioni europee. E il Pd non può rimanere in silenzio. Anche perché lo stesso Grillo, che si scaglia contro le politiche di austerità ed evidenzia le responsabilità della Germania nell’accentuare gli squilibri europei, sembra per certi aspetti influenzato da alcuni pseudo-economisti che demonizzano l’euro. Costoro sono convinti che abbandonando la moneta unica si risolverebbero magicamente tutti i nostri problemi. In realtà le cose sono tremendamente più complicate, e l’uscita dall’euro potrebbe portare con sé enormi rischi per l’economia italiana e per i lavoratori italiani. E qui servirebbe che le forze politiche progressiste battessero un colpo.

Il Pd che dice su questi temi?
Appunto, nulla di chiaro, ed è questo il punto. Però a me pare evidente ciò che dovrebbe dire. In primo luogo, dovrebbe finalmente prendere atto che il meglio dell’accademia italiana ha denunciato da tempo, sin dalla Lettera degli economisti del 2010, l’erroneità della teoria dell’austerità espansiva e il fatto che il sistema europeo di vincoli alle politiche fiscali e monetarie, in una parola l’austerità, ha accentuato il profilo della crisi. Inoltre, il Pd dovrebbe prendere atto che, come abbiamo sottolineato anche nel “monito” pubblicato dal Financial Times, il palinsesto macroeconomico europeo sta accrescendo drammaticamente il divario tra aree centrali d’Europa, Germania in testa, e aree periferiche, tra cui l’Italia. E che di questo passo assisteremo inesorabilmente al fallimento della moneta unica. Ma, come sottolineavo, questa uscita forzata dall’euro, cui alcuni Paesi, Italia inclusa, potrebbero essere costretti, è potenzialmente gravida di conseguenze molto gravi, per l’economia e per i lavoratori italiani.

Il Pd dovrebbe assumere una posizione anti-austerity ma non battersi per l’uscita dall’euro?
Se la politica economica europea non cambia alcuni Paesi saranno costretti ad abbandonare l’euro. E le conseguenze possono essere gravi. Non si devono sottovalutare i pericoli di una uscita dall’euro. Se un Paese periferico oggi abbandonasse l’euro andrebbe incontro ai problemi che storicamente già sono stati tante volte osservati nei casi di abbandono di accordi di cambio e passaggio ai cambi flessibili.

Precisamente di quali effetti parla?
Il primo effetto immediato sarebbe la svalutazione della moneta, alla quale seguirebbe una impennata inflazionistica che farebbe crollare i salari reali e il potere d’acquisto delle famiglie. È vero che ciò rilancerebbe le esportazioni, e questo sarebbe beneficio all’economia, ma i costi sociali di un simile evento possono essere molto elevati, a meno che non ci siano sistemi di protezione dei salari, come ad esempio la scala mobile o prezzi amministrati. Per queste ragioni, l’abbandono dell’euro dovrebbe essere visto più come un evento drammatico a cui di questo passo rischiamo di essere costretti che come una occasione da prendere allegramente al volo. Mi pare che i vari populismi anti-euro in giro per il Paese siano pericolosi nella misura in cui non fanno i conti con questo tipo di rischi che riguardano soprattutto, ma non solo, il mondo del lavoro. E chi nel dibattito politico italiano dovrebbe porre questo problema se non le forze politiche e sindacali di sinistra? E invece c’è un silenzio assordante.

Perché secondo lei il Pd è silente?
Una parte del Pd proviene dalla tradizione comunista. Negli ultimi 20-25 anni quella parte ha tentato in tutti i modi di dimostrare che oramai quella storia è alle spalle. Io credo che gli eredi di quella storia non abbiano alzato la voce contro le assurdità dell’Europa di Maastricht per sottolineare che ormai c’è un solco tra il loro presente e il loro passato. Qualche voce si alza ogni tanto contro il quadro europeo, non ultima quella dello stesso presidente Letta, ma poi la Legge di Stabilità è tutta interna ai vincoli europei. Addirittura, come sappiamo, siamo ben più ligi ai parametri europei della Francia e della stessa Germania, che sfora abbondantemente per ciò che riguarda l’avanzo della bilancia commerciale.

Memori dei diktat di Bruxelles sulla Legge di Stabilità, che programma avranno i democratici alle Europee?
Se il Pd non prende la parola sull’Europa, se non inserisce nel programma delle europee una critica all’attuale sistema monetario europeo rischia di andare incontro a una nuova forte delusione elettorale. Il malcontento per l’austerità cresce molto e non solo in Italia. E una forza che ambisce a governare deve essere pronta a dare risposte sui problemi del Paese. Mi riferisco alla disoccupazione dilagante e all’impossibilità concreta, che si manifesterà sin dal prossimo anno, di avviare una politica di abbattimento del nostro debito pubblico ai ritmi previsti dai trattati.

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