Le crisi non sono tutte uguali, neanche quelle ‘dimenticate’. Quelle situazioni di conflitto e di emergenza umanitaria, cioè, a cui – secondo il rapporto in materia di Medici Senza Frontiere – le televisioni generaliste italiane dedicano sempre meno spazio: dal 17,5% delle ore di trasmissione nel secondo semestre 2004 al 4% del 2012. Eppure alcune realtà sembrano essere ancora ‘più dimenticate’ di altre. Come è avvenuto nel 2013 – anno ‘monopolizzato’ dai soliti dati economici, dallo scandalo NSA, dalle trattative sul nucleare iraniano e dalla tardiva ed effimera mobilitazione sulla Siria – per la Repubblica Centrafricana. Quasi 1,3 milioni di persone, avvertiva la Fao due settimane fa, sono a rischio fame nel Paese: si tratta del 40% della popolazione. Ma neanche questo numero è riuscito ad attirare l’attenzione mediatica su un Paese nel quale – pure – è in corso un intervento militare internazionale affidato all’Unione Africana (con la missione MISCA), affiancata da un contingente francese.
La scarsa attenzione potrebbe essere attribuita, a prima vista, al fatto che – proprio nei giorni in cui i francesi ottenevano il via libera dell’Onu per operare a Bangui – moriva, sempre in Africa, ma a migliaia di chilometri di distanza, un leader leggendario come Nelson Mandela. Sarebbe però semplicistico vedere la questione solo in questi termini: l’intervento ufficiale francese è cominciato a dicembre, ma è dalla fine del 2012 che il Paese vive una situazione che fonti locali hanno più volte definito di ‘strangolamento’. Dodici mesi fa l’avanzata-lampo della coalizone Seleka verso la capitale Bangui – interrotta solo temporaneamente da un accordo firmato in Gabon e rimasto sulla carta – a marzo il colpo di stato degli stessi ribelli e la fuga del presidente (a sua volta dal passato golpista) François Bozizé. Ad agosto si è insediato formalmente il nuovo uomo forte centrafricano, Michel Djotodia, ma senza riuscire ad incidere sulla situazione di sicurezza totalmente precaria, minacciata in particolare dai miliziani Seleka – per lo più mercenari ciadiani e sudanesi – su cui il nuovo leader ha scoperto di avere, in realtà, una presa quasi nulla. Negli ultimi mesi dell’anno, ecco le azioni di rappresaglia dei cosiddetti anti-balaka, formalmente ‘gruppi di autodifesa’ ma probabilmente poco meno eterogenei dei loro avversari quanto a composizione. Eppure, più crescevano l’insicurezza – e gli allarmi delle organizzazioni internazionali – più il mondo guardava altrove. Fino all’intervento, che la diplomazia francese aveva frettolosamente definito “più semplice” di quello in Mali, ma che ha incontrato – finora – difficoltà impreviste, comprese le circostanze che hanno portato il contingente ciadiano della MISCA ad aprire il fuoco – lo scorso 23 dicembre – su una folla di manifestanti, provocando un morto. Vittima non isolata, considerato che quattro giorni più tardi un altro civile è morto a causa del lancio di alcune granate da parte dello stesso contingente, accusato dai locali di muoversi con troppa autonomia rispetto alle altre truppe internazionali e sempre più impopolare anche per il ruolo che – secondo molti centrafricani – proprio il presidente ciadiano Idriss Déby avrebbe giocato nella destabilizzazione avvenuta in questi mesi.
Senza dubbio, la situazione centrafricana è ‘sfuggita di mano’ e probabilmente lo ha fatto – volendo trascurare quelle analisi geopolitiche che hanno visto nella Francia, vecchia potenza coloniale, una forza inizialmente non ostile all’ascesa al potere di Djotodia – proprio per la disattenzione diffusa. Che, tra l’altro, ha permesso a una crisi politica di degenerare e assumere contorni sempre più inquietanti: soprattutto a causa delle azioni dei mercenari stranieri di Seleka, e nonostante gli sforzi ininterrotti dei leader religiosi, infatti, in alcuni settori della società si è diffusa l’idea che la contrapposizione in corso riguardi la maggioranza cristiana e la minoranza islamica, tra cui – fino al degenerare della crisi – i rapporti erano invece stati sostanzialmente pacifici. Se queste tendenze a polarizzare il conflitto lungo linee nazionali e religiose – ‘ciadiani’, molti dei quali da tempo stabilitisi nel Paese, contro ‘autoctoni’ e cristiani contro musulmani – dovessero proseguire, sarà molto difficile, per non dire impossibile, risolvere il conflitto solo attraverso l’impegno militare, anche nell’ipotesi che la MISCA sia sostituita da una forza posta direttamente sotto l’autorità del Palazzo di Vetro. Il 2013 è stato l’anno del Centrafrica dimenticato, ma il rischio è che lo sia anche il 2014.

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