E se con Mandela il Sudafrica stesse per seppellire anche un’illusione? Il primo mandato alla testa della nazione, per il presidente-premio Nobel è stato anche l’ultimo, ma la sua figura ha continuato fino all’ ultimo ad essere, nell’immaginario collettivo, tutt’uno col Paese che aveva condotto alla libertà. Molti si chiedono però se, passate le ore del lutto, del ricordo e della celebrazione solenne, non sia arrivato il momento di paragonare l’ideale della Nazione Arcobaleno, per cui Tata Madiba ha lottato, ai risultati ottenuti dai suoi immediati successori.
Già prima della morte del ‘padre della patria’, la pressione dell’opinione pubblica era alta intorno al presidente in carica Jacob Zuma, leader del partito che fu di Mandela (l’ANC, African National Congress) ma assai distante da lui quanto alla condotta personale. Gli stessi media sudafricani che dal 5 dicembre stanno dedicando  titoli e servizi speciali a Madiba, nei giorni precedenti avevano riservato questi spazi al caso-Nkandla, la località in cui si trova la sontuosa residenza privata del capo dello Stato. Questa, sostengono gli accusatori, sarebbe stata rimodernata utilizzando circa 20 milioni di dollari dei contribuenti: una circostanza che potrebbe minare il futuro politico di Zuma, in cerca di un secondo mandato nelle elezioni generali del 2014.
Il caso-Nkandla è l’ultimo ma non il più spinoso dei problemi con cui gli aspiranti eredi di Mandela dovranno confrontarsi. Anche quelli che sembravano essere i punti fermi del ‘nuovo Sudafrica’ post-apartheid oggi appaiono meno saldi, a cominciare proprio dai rapporti tra le diverse comunità. Finita per sempre la segregazione ‘legale’ ne resta un’altra, più insidiosa: una parte importante della popolazione nera è ancora in condizioni di marginalità più o meno accentuate, dal punto di vista sociale ed economico.
Patrick Craven, portavoce del sindacato Cosatu (Congress of South African Trade Unions) ha rivolto, poco dopo la morte di Mandela, un appello esplicito alle autorità perché contrastino quello che ha definito apartheid economico”; anziché diminuire, negli ultimi 12 anni, la differenza di reddito tra neri e bianchi è aumentata: in media il reddito di una famiglia bianca è il doppio di quello di una famiglia nera. In più, i debiti contratti dai privati hanno raggiunto, complessivamente, i 140 miliardi di dollari, secondo l’ultimo rapporto nazionale in materia. E preoccupa anche la disoccupazione: il tasso ufficiale è intorno al 25%, ma diverse stime parlano di un 40% di senza lavoro ‘reali’, almeno per metà giovani. Una “bomba a tempo”, l’ha definita ancora il Cosatu.
La precarietà economica ha dato nuova vita ad un nemico che il Paese credeva di aver sconfitto con la fine del regime segregazionista: il razzismo. La nuova divisione non è tra bianchi e neri, ma tra sudafricani e stranieri provenienti da altre parti del continente; questi ultimi sono accusati, tra l’altro, di distruggere il mercato del lavoro accettando condizioni lavorative misere.
Ad appannare l’immagine del Sudafrica sono anche i grandi numeri: nel terzo trimestre del 2013 il Pil è cresciuto solo dello 0,7%; risultato misero per un Paese che punta a rimanere tra le potenze emergenti a livello globale. A drenare risorse dalle casse statali – con conseguenze soprattutto sui servizi offerti ai più poveri – è anche la corruzione: ancora nel 2012 oltre il 47% dei sudafricani – secondo uno studio di Transparency International reso pubblico a luglio – ha dovuto pagare tangenti per accedere a servizi essenziali: non un ottimo biglietto da visita per una classe politica che aveva ricevuto il compito di gestire la grande eredità ideale di Nelson Mandela.

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