Il Jobs Act presentato da Renzi “sembra scritto da dilettanti allo sbaraglio” perché propone misure “di una pochezza tecnica, culturale, politica e scientifica spaventose”. Parola di Renato Brunetta, uno che quando si tratta di ricordare agli altri quanto siano somari non si tira mai indietro.

D’altra parte, si sa, il personaggio ha di sé un’altissima considerazione, e infatti non si limita a stroncare, ma elenca con puntiglio da primo della classe tutto quello che non va nelle linee guida proposte dal segretario Pd, compreso il pavloviano riferimento alla magistratura e l’etichetta di “pessime” alle riforme Fornero che pure, risulta, aveva votato in Parlamento.

Da uno così bravo e così preparato, ci si aspetterebbe almeno qualcosa che suoni come una controproposta, del tipo “non si fa come dite voi ma come dico io, adesso vi spiego…” E invece niente, Brunetta si diverte a demolire le proposte altrui, si vede che la cosa gli dà un gran gusto, ma non si prende il disturbo di spiegare a noi ignoranti come si dovrebbe fare.

E la cosa, a quanto pare, non dipende dal fatto che ora sia all’opposizione. Anche quando era potente ministro dell’ultimo governo Berlusconi, a quanto pare voleva tenere per sé il segreto di come creare occupazione. Tanto che in quel non breve periodo, dal maggio 2008 al novembre 2011, la disoccupazione in Italia è passata dal 6,8 al 9,3%, con un aumento dei disoccupati stimato in circa 700.000 unità.

Ora, dando per scontato che anche a Brunetta stia a cuore la creazione di lavoro, e immaginando le sue possibili reazioni a caccia di un colpevole che in quegli anni non gli abbia permesso di proporre e realizzare le sue ricette miracolose, viene giusto da chiedersi se qualche volta non sarebbe meglio tacere, almeno sulle cose sulle quali neanche tu, neanche Brunetta, sei riuscito a combinare granché.

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