L’Italicum, a mio avviso, è una pessima legge. Non tanto perché non consente di esprimere il voto di preferenza, l’argomento su cui, in modo strumentale, si concentrano le critiche nella convinzione di catturare così il massimo di consenso popolare a sostegno della modifica del testo base. Ed è veramente singolare che persino la minoranza del Pd sia diventata ‘’preferenzialista’’, dimenticando che proprio il voto di preferenza è stato tra le principali cause della corruzione che ha affossato la prima Repubblica.

E’ illusorio pensare che, attraverso il voto di preferenza, si abbiano assemblee elettive migliori delle attuali. Per ottenere quei consensi occorrono ingenti risorse (altro che riduzione dei costi della politica!), reti organizzative, clientele. Esiste un’ampia letteratura scandalistica a denuncia dell’uso come voto di scambio delle preferenza, con tecniche raffinate in particolare in alcune aree del Paese, dove l’85% dell’elettorato si avvaleva di questa facoltà, come se si votasse per la persona e non per il partito.

Sono disposto, pure, a passare sopra la “mattanza” dei partiti minori, anche se non ne capisco la ragione (trovo arrogante e scandaloso usare nei loro confronti la parola “ricatto”) dal momento che l’articolo 49 della Costituzione non stabilisce che vi sono partiti ‘’più uguali degli altri’’ (alla stregua dei maiali ne “La Fattoria degli animali” di George Orwell) solo perché sono più grandi.

Ciò che trovo inaccettabile e palesemente contrario alla sentenza della Consulta è il combinato disposto tra i criteri richiesti per ottenere il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento fissate per i partiti coalizzati. Innanzi tutto è bene far notare che il 18% del premio non risponde a quei principi di ragionevolezza richiesti dalla Corte perché comporta una maggiorazione superiore al 50% dei voti ottenuti.

Proseguendo, il meccanismo del premio finisce per avvantaggiare a tavolino i partiti più grandi, riducendo quelli minori delle coalizioni a semplici portatori d’acqua. E non si tratta di casi teorici, nei fatti improbabili. Prendiamo il Corriere della Sera di sabato scorso dove vi è riprodotta un’intera pagina che espone, attraverso l’esame delle intenzioni di voto, i possibili scenari dell’Ipsos di Nando Pagnoncelli.

Possiamo notare che, sulla carta le due coalizioni (rispettivamente per il centro destra: Fi, Fdi, Ncd, Destra, LN; per il centro sinistra: Pd e Sel) supererebbero ciascuna di qualche decimale di punto la fatidica soglia del 35%. Poi si potrebbero immaginare altri risultati “spacchettando” le formazioni centriste, ma l’esito finale sarebbe comunque assai incerto.

Vediamo ora che cosa accadrebbe, con l’Italicum senza modifiche, all’interno delle coalizioni. Secondo l’Ipsos, alla Camera, nel centro destra, starebbero al di sopra della soglia del 5% soltanto Fi (22,7%) e Ncd (6,4%) e quindi, in caso di vittoria nel primo turno, questi due partiti, con il 29,1%, si spartirebbero il 53% dei seggi. In questo caso, il Ncd sarebbe il solo partito “minore” a ricevere un premio sproporzionato.

Nel centro sinistra, il divario sarebbe meno pronunciato, perché il Pd è dato al 33,2% (il Sel al 2,3); ma il premio sarebbe sempre di 20 punti e i seggi andrebbero tutti al partito di Giamburrasca Renzi. Occorrere riconoscere che il Porcellum in proposito aveva delle soluzioni più equilibrate, il cui senso andrebbe recuperato, non tanto in una logica – che pure sarebbe giustificata  – di salvaguardia dei piccoli partiti, quanto piuttosto per non premiare eccessivamente dei partiti più grandi ma sorretti da un consenso popolare limitato e capaci di organizzare coalizioni larghe tenute insieme soltanto dalla voglia di vincere.

E non si venga a fare il paragone con altri sistemi elettorali. In Spagna, nel Regno Unito, in Germania, in Francia non è previsto alcun premio vinto e consegnato solo a tavolino.

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