In un comunicato, uscito domenica in diversi siti jihadisti, il Comando centrale di al-Qaeda ha chiarito che l’organizzazione non avrebbe «alcun genere di rapporto» con l’Isis, Islamic State of Iraq and Syria (noto anche come Isil, Stato islamico dell’Iraq e del Levante).

Il gruppo è da mesi molto attivo all’interno del conflitto siriano, distinguendosi per condurre operazioni estremante violente (esecuzioni sommarie e amenità simili) e per l’estrema radicalità delle proprie posizioni (ha iniziato l’imposizione della sharia nelle città controllate, come Raqa e Azaz, costringendo le donne ad indossare il velo integrale niqab e proibendo la musica), che lo hanno portato via via ad essere inviso alle altre frange di ribelli – situazione degenerate nel tempo in una lotta per il potere.

La comunicazione, tradotta dal SITE Intelligence Group, arriva proprio al culmine di un mese di intensi combattimenti tra l’Isis e altre fazioni dei combattenti siriani, che secondo i dati dell’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, avrebbero prodotto più di 1700 morti (stima che sembra ribassata) nelle zone del nord e dell’est del paese.

L’Isis negli ultimi giorni ha preso di mira figure di alto livello degli altri gruppi, due leader anziani dei ribelli sono stati uccisi nei pressi di Aleppo (insieme ad altri 14 persone), da un membro dello Stato Islamico che – secondo quanto riporta l’Osservatorio – si sarebbe fatto esplodere durante un incontro di negoziazione. Il giorno precedente era stato assassinato, sempre per mano dell’Isis, Abu Hussein al-Dik, un alto comandante della potente brigata Suqour al-Sham, nei pressi della città di Hama.

Secondo gli analisti, la pubblicazione dal media ufficiale di al-Qaeda, al-Sahab, dà alla dichiarazione un peso considerevole: Laith Alkhouri, senior analyst di Flashpoint Partners (un gruppo statunitense specializzato nell’analisi di pronunciamenti jihadisti) ha detto che il messaggio va dritta al punto “Isis non ci rappresenta” e svincola al-Qaeda dalla storia del gruppo, dalla costituzione e dalle attività in Siria.

Si tratta di una situazione senza precedenti, che avrebbe portato il leader centrale Ayman al-Zawahiri all’esasperazione del disconoscere un gruppo di mujahidin, ma che trova le sue origini già diverso tempo fa. Nell’aprile 2013, il capo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi aveva annunciato di espandere le proprie attività dall’Iraq alla Siria e di voler assorbire l’altro importante gruppo al-Nusra. Ma sia al-Nusra che Zawahiri avevano respinto l’idea dell’acquisizione, e anzi il leader qaedista aveva invitato lo Stato Islamico a sciogliersi e a tornare in Iraq oppure confluire nel gruppo affiliato riconosciuto di al-Nusra, e seguirne le direttive nelle operazioni di guerra. Ma in un raro atto di sfida alla leadership globale, Baghdadi aveva deciso di disubbidire rispondendo che i suoi non sarebbero sceso a compromessi e non si sarebbero mai arresi.

Le pressioni sullo Stato Islamico, sarebbero arrivate da diversi gruppi, generando tensioni e aspre divisioni interne che lo stesso Zawahiri aveva commentato in un messaggio audio – «il cuore della nostra nazione islamica sanguina quando vediamo la lotta interna tra i mujahidin in Siria» aveva detto poco più di un mese fa. Le accuse riguardano soprattutto il fatto che l’Isis sembra più interessato alla creazione di un proprio emirato a nord della Siria, piuttosto che alla lotta al regime di Assad. A queste si aggiungono quelle lanciate da un influente chierico jihadista siriano, Adnan al-Arour, che ha incolpato alcuni comandati dell’Isis di collaborare con il Mukhabarat governativo, la polizia segreta, per svelare le mosse degli altri gruppi di ribelli contendenti.

L’appello all’unità lanciato da Zawahiri, era stato recepito anche da una figura di spicco negli ambienti jihadisti, Muhammad al Mohaisany –  saudita, finanziatore chiave tra le fazioni siriane radicali – che aveva cercato la mediazione tra i gruppi rivali: lo stesso Mohaisany, sempre domenica, aveva annunciato di essere arrivato ad un soluzione che coinvolgeva tutte le fazioni di mujahidin, ma che la stessa era stata rifiutata dall’Isis.

A fare forte pressione sulla decisione di Zawahiri, sarebbe stato anche il Fronte Islamico, coordinamento di diversi gruppi jihadisti nato negli ultimi due mesi, che conta dai 40 ai 50 mila combattenti: il Fronte si sarebbe trovato spesso coinvolto in diversi scontri con l’Isis – mentre invece vivrebbe un rapporto di collaborazione con al-Nusra,

La scelta di dissociarsi dall’Isis, rientra in una più ampio e complesso piano strategico con cui al-Qaeda sta conducendo le proprie attività a livello globale (se ne parlava in “La rinascita di al-Qaeda“), e che trova il suo argomento cardine nel trasmettere un messaggio “meno radicale” e più vicino alle popolazioni.

Allo stesso tempo, come Brian Fishman della New America Foundation ha fatto notare, l’Isis rappresenta il gruppo con il maggior numero di affiliati europei (circa 900, soprattutto ceceni e turchi) che stanno imparando ad usare armi anche sofisticate e affinando le tecniche di guerriglia in commandos di poche unità. Questo apre l’altra problematica centrale che sta interessando al-Qaeda in questa sua fase: le decentralizzazione della missione. Perché sebbene la guida centrale esista e sia identificabile in al-Zawahiri, gli interessi locali e territoriali hanno portato un’intensa frammentazione nell’Organizzazione – e il rifiuto ad obbedire di Baghdadi è un chiaro segno -, con fazioni che ne disconoscono la sua piena autorità.

    

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