Mi colpisce molto il paragone, che in questi giorni è diventato sempre più insistito, tra quanto succede nella Repubblica Centrafricana e i fatti di vent’anni fa in Rwanda. Le (poche) volte in cui la situazione di Bangui e dintorni viene evocata dalla stampa italiana generalista, sono sempre più frequenti il ricorso a quelle parole: “genocidio”, “pulizia etnica” e il paragone con Kigali. Ma veramente accostare queste due situazioni ci permette di capire – e di cercare di sciogliere – il nodo in cui è intrappolato il Centrafrica? E che cosa, invece, questo accostamento e altri simili dicono di noi?
A questo punto, vanno fatte due premesse. In primo luogo: nessuno nega che in Centrafrica stiano avvenendo atrocità ingiustificabili – e spesso indescrivibili – diffuse anche oltre quel che la stampa ha ritenuto possibile pubblicare e cominciate ben prima che qualche riflettore si accendesse sulla crisi. Né – tantomeno – si può rimanere sordi al grido di una figura come l’arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, che per mesi è stato uno dei pochi a cercare di attirare l’attenzione del mondo su quanto succedeva e tuttora succede. Anche lui, in dichiarazioni recenti – ma riferendosi ad episodi ben specificati – ha parlato del rischio di un genocidio nel suo Paese e tracciato un parallelo con il Rwanda. Giustamente, le sue parole sono state molto citate; non così è avvenuto per un altro riferimento – niente affatto allarmistico e cruento – all’esperienza di Kigali, che si può leggere in un’intervista rilasciata a Davide Demichelis per Vatican Insider.
“Dobbiamo affidarci all’arte della parola, dirci la verità, raccontarci cos’è successo e chi si è reso colpevole di questi crimini. Solo così potremo guarire le ferite delle vittime. Se no vivremo per sempre nell’odio. Forse dovremmo seguire l’esempio del Rwanda, che con i «Gacaca», i tribunali popolari, ha adottato una via tradizionale per amministrare la giustizia”, ha detto in quell’occasione il presule. Non è questo il luogo per soffermarsi sui caratteri del processo di riconciliazione nazionale del Rwanda, e sui suoi limiti. Bisognerebbe chiedersi, invece, per quale ragione queste parole abbiamo avuto meno rilievo di quelle, provenienti dalla stessa fonte, che evocavano scenari drammatici, e interrogarsi sul motivo per cui molti commentatori abbiano ignorato alcune differenze chiave tra il contesto di Bangui e quello di Kigali.
La tradizione di convivenza tra cristiani e musulmani centrafricani è ben diversa dalla realtà – in buona parte dovuta a ingerenze altrui – delle contrapposizioni tra hutu e tutsi rwandesi. Ne è un esempio il fatto che, in numerose località del Centrafrica, musulmani minacciati dalle milizie anti-balaka abbiano, alla luce del sole, cercato rifugio in alcune chiese. Persino l’imam Oumar Kobine Layama, presidente della Comunità islamica locale, è da tempo ospitato in casa dello stesso arcivescovo Nzapalainga. E sul rischio di genocidio – di cui i suoi correligionari potrebbero cadere vittime – ha idee chiare: “Ha un senso parlare di pulizia etnica anche se bisogna essere attenti al peso delle parole e alla loro eventuale strumentalizzazione da ogni parte”, ha spiegato all’agenzia MISNA.
Sul perché i media, in massima parte, abbiano lasciato cadere questo invito, si possono fare solo ipotesi. Per quel che conta la modesta opinione di chi scrive,  l’impressione è di essere di fronte, in questo caso, a una semplificazione simile a quella che porta a descrivere l’emergenza nel nord della Nigeria come un conflitto religioso – sorvolando, ad esempio sulle connessioni degli estremisti di Boko Haram con elementi della scena politica locale. O a considerare il conflitto nell’est della repubblica Democratica del Congo uno scontro tra esercito regolare e ‘signori della guerra’, lasciando da parte le complicità internazionali e gli interessi economici denunciati anche da rapporti dell’Onu.
Quel che accomuna queste tre situazioni – in sintesi – sembra essere la maniera che abbiamo di guardare all’Africa, o meglio con cui scegliamo di osservarla. Uno sguardo che risente, spesso, di una retorica datata da ‘cuore di tenebra’, che porta a sottolineare gli elementi irrazionali (pulsioni omicide, divisioni etniche, fondamentalismi religiosi) come se questi costituissero il presupposto ineliminabile di certe realtà. Cosa che non è, come è facile notare facendo riferimento alle numerose – malgrado la scarsa diffusione – analisi dedicate a queste situazioni e alle stesse testimonianze provenienti dal terreno.
Il sospetto, però, è che la chiave di lettura stereotipata dell’Africa barbara che  ripete continuamente sé stessa abbia in molti casi una sua utilità spicciola. Mantenendo l’analisi in superficie, porta infatti a non interrogarsi sulle reali cause dei fenomeni, sulle possibili modalità d’intervento e sulle nostre stesse omissioni, passate e presenti. Permette di far tacere, insomma, anche la nostra cattiva coscienza, a esclusivo discapito di quegli stessi popoli  per i quali, a parole, si chiede la mobilitazione.

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