Che cosa pensa di contratti, economia e Jobs Act il ministro del Lavoro? Ecco quello che l'ex presidente di Legacoop diceva fino a qualche settimana fa. E con la Cgil...

E adesso spazio al welfare. Il 63enne Giuliano Poletti – assieme a Federica Guidi e Gian Luca Galletti a comporre il trio di ministri emiliani di Matteo Renzi – è presidente della Legacoop e non ama la politica dei salotti, preferendo a cocktail e buffet l’economia reale. Lo dimostra il tentativo effettuato tre anni fa per creare una cordata italiana (a guida Granarolo) che ha conteso ai francesi di Lactalis un’Opa su Parmalat. E le sue parole in occasione del primo CdM di era renziana non lasciano spazio a dubbi, quando ha definito la sua esperienza, “da sempre fondata sull’idea di contribuire all’affermazione del protagonismo sociale e della partecipazione attiva dei cittadini”.

ECONOMIA
In un’intervista rilasciata nel 2011 a Panorama Economy aveva tracciato le tre priorità, “che non hanno colore ma che sarebbero fondamentali per far ripartire il tessuto produttivo italiano”. Al primo posto il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni alle imprese che, proprio in virtù di tali ritardi, sono in perenne apnea; l’allentamento del patto di stabilità interno; un piano di politica monetaria che vincoli la Bce a usare tali risorse a vantaggio delle imprese, in particolare delle Pmi e delle cooperative.

DEBITI DELLA PA
Intervistato dal Corriere dell’Informazione nel 2011, Poletti sottolineava che l’alternativa, per superare il problema, potrebbe essere anche quella di “compensare” debiti e crediti consentendo alle aziende di essere “ripagate” detraendo l’importo dovuto dai debiti del fisco e previdenza. Nella consapevolezza che “così coi Bot che mi danno posso pagare i debiti che ho con Equitalia”.

LEGACOOP-CGIL
Un esempio di come i rapporti tra Legacoop e Cgil non siano idillici, sta in uno scontro dialettico avvenuto lo scorso dicembre a Modena quando Legacoop con toni accusatori verso i Sindacati li accusava di atteggiamenti di “miopia e rigidità” nella valutazione delle difficoltà del settore. “Una posizione decisamente critica”, la controdefiniva il sindacato, “che certo non aiuta il confronto e che sembra pregiudicare anche la possibilità stessa di avvio del tavolo di confronto sulla legalità”.

NIENTE GUERRA SANTA
Per arrivare all’assunto che affrontare questa dinamica in una logica di cambiamento contrattato e
possibilmente condiviso, probabilmente è un passaggio “un po’ più utile che una guerra santa, il nuovo contro il vecchio, chi è con il passato e chi con il futuro”.

CONTRATTUALISTICA
Una sua convinzione più volte esplicitata (anche un anno fa, in occasione delle consultazioni effettuate da Pierluigi Bersani, premier incaricato prima della soluzione Letta) era che le tutele andassero “nutrite” a più livelli, dal momento che oggi molte leggi e leggine hanno l’effetto di danneggiare la crescita delle imprese più piccole. Per cui spazio a maggiore flessibilità che non si traduce in meno tutele, ma la possibilità di estendere a tutti più gradualmente. Il tutto con il doppio obiettivo di sostenere la crescita sia aziendale che individuale. E sui lavoratori, compresa la giungla degli atipici, la consapevolezza che “i contratti sono troppi”.

BIG SOCIETY
Allargare il raggio di azione del governo, facendo ragionare a più cervelli cittadini, welfare, capitale e politica. L’esempio inglese proposto da Poletti in questo caso è calzante, con il primo ministro Cameron e il conservatore Nick Clegg, che analizzano il concetto di big society assieme al sociologo Philip Blond, al pari di quanto avviene in Germania dove nell’agenda governativa c’è la possibilità di allargare il sistema della cogestione agli enti locali.

ENTI LOCALI
Meno esternalizzazioni, più servizi legati alle richieste dei cittadini, creando occupazione e reddito. Un filone che fa il oso con quello degli incentivi a pioggia, dove non ha senso distribuire qua e là, ma solo a chi “investe in direzioni utili a rimettere in moto alla crescita: ricerca e sviluppo, cultura, innovazione, made in Italy, imprenditoria giovanile e femminile, dall’agroalimentare al manifatturiero, ex dipendenti di aziende in crisi che si mettono in proprio”.

JOB’S ACT
Sul pacchetto riformatore proposto qualche settimana fa da Renzi, Poletti ha giusto ieri sottolineato che rispetto al Job’s act, c’è un passo avanti. “Assieme a queste proposte contenute nel documento di Renzi, bisogna promuovere l’autoimprenditorialità: i nuovi capitani d’impresa non vanno sostenuti solo nella fase di avvio dell’attività, ma anche successivamente, consentendo alle loro aziende di sopravvivere, crescere e svilupparsi”.

twitter@FDepalo

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